di Andrea Colombo
Il Manifesto, 28 luglio 2026
Le leggi emergenziali, i continui decreti sicurezza, pesano e nella maggioranza fioccano le ipotesi di nuove norme contro “i violenti”, categoria elastica, estensibile a piacere. Ma pesa anche di più il condizionamento che si riesce a esercitare con pressioni martellanti, ai confini del ricattatorio e oltre. Quel condizionamento non richiede necessariamente leggi scritte, però, quando si tratta di mettere all’indice la libertà di manifestare, è persino più micidiale. Lo sa perfettamente la premier Giorgia Meloni, che ieri con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è recata in Val di Susa, nel cantiere di Chiomonte, per portare di persona la solidarietà alle forze di polizia reduci dagli scontri di sabato scorso.
Non ha fatto cenno a provvedimenti come quello chiesto domenica dal solito Matteo Salvini, che nella sua frenetica ansia di visibilità vuole l’introduzione di una nuova e bizzarra fattispecie di reato, il “terrorismo di piazza”. In compenso ha chiesto e forse già ottenuto la pratica dell’obiettivo. La procura di Torino fa filtrare infatti la possibilità di aggiungere l’aggravante di terrorismo ai reati già contestati ai fermati di sabato, quattro manifestanti stranieri, “devastazione e saccheggio”.
È quello che chiede, nemmeno tanto tra le righe, la premier nel video girato durante la visita ai cantieri della Tav, con sullo sfondo i mezzi bruciati nel corso degli scontri. “Centoventi operatori delle forze dell’ordine feriti: questo non è dissenso. Questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata”, esclama passando in rassegna pullman e camion incendiati. Poi si rivolge direttamente ai responsabili delle indagini: “Chiediamo agli inquirenti, alla magistratura, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere”. Conclusione bellicosa: “Lo Stato c’è e non intende indietreggiare. Faremo tutto il possibile per assicurare i responsabili di questo schifo alla giustizia”.
Di nuove leggi la premier non parla. Qualche norma soffocante arriverà. Ma a garantire la tolleranza zero devono essere soprattutto polizia e magistratura, con sul collo il fiato del governo, di tutti i media e della stessa opposizione. Gasparri, Fi, va per le spicce ed è il più chiaro di tutti: “Non serve una legge nuova per definirli terroristi. Sono tali a tutti gli effetti e andrebbero trattati con il rigore delle leggi vigenti”. Di voci che contestino l’uso dissennato e a cuor leggero della categoria “terrorismo” non se ne levano proprio. Non dagli spalti della maggioranza, naturalmente, ma neppure da quelli dell’opposizione. Imbarazzata, la segretaria del Pd si limita pigolare che “ci vuole anche la prevenzione”, che sa tanto di frasetta buttata lì alla cieca.
La paroletta magica e dannata rimbalza per tutto il giorno da una dichiarazione all’altra. Mollicone, FdI, disserta sulla “guerra allo Stato a tutti gli effetti” dichiarata dai No Tav e se non è terrorismo questo! Il presidente del Friuli Fedriga non si sottrae: “Non sono una protesta: sono azioni terroriste”. Urge pertanto “risposta decisa”. Ciro Maschio, presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, va sul concreto e propositivo. Il problema è che “i violenti fanno capo a organizzazioni però non strutturate e occasionali”. Così, per il solo fatto di non far parte di alcun gruppo organizzato non gli si può contestare il reato associativo. Ma la soluzione c’è: estendere il reato associativo anche in assenza dell’associazione.
L’uovo di Colombo. Non è un’uscita estemporanea. Mentre la Lega procede alacremente con le sue proposte di “cauzione” per chi organizza le manifestazioni e di introduzione del “terrorismo di piazza”, FdI si prepara a depositare una legge che riconosca “il vincolo associativo anche quando l’organizzazione non è stabile e gerarchicamente organizzata”. La trovata esalta la capogruppo FdI nella medesima commissione Giustizia Carolina Varchi: “Bisogna punire il vincolo associativo anche se solo occasionale: la nostra proposta va nella giusta direzione”. Alla faccia della responsabilità personale e col rischio di trovarsi “associati” per il solo fatto di aver partecipato a una manifestazione finita in scontri.
Fra terrorismo senza terrore e reati associativi senza associazione è un’orgia assordante alla quale però nessuno sembra opporsi, un po’ per convinzione, molto per la paura di ritrovarsi appiccicata, in prossimità delle elezioni, l’etichetta abrasiva di amici dei violenti. Pardon, “dei terroristi”.










