di Michele Partipilo
Gazzetta del Mezzogiorno, 30 ottobre 2020
Il saggio di Stefano Natoli: emergenza dietro le sbarre. Dopo quello che ha fatto, sbattetelo in galera e lasciatelo a marcire". È una frase che capita di ascoltare dopo ogni efferato delitto, dopo ogni bambino ucciso, dopo ogni stupro. È la reazione spontanea e viscerale per chiedere giustizia. Una giustizia sommaria e crudele come la lama di una spada, tanto i cattivi sono sempre dall'altra parte. Il progresso di una società è segnato innanzitutto dalla sua civiltà giuridica.
Una pietra miliare per il nostro Paese è rappresentata dalla pubblicazione nel 1764 di un saggio intitolato Dei delitti e delle pene del giurista e filosofo milanese Cesare Beccaria. Un testo controcorrente per l'epoca, dove il sistema giudiziario aveva carattere fortemente repressivo con misure ferocemente afflittive.
Oggi un altro milanese, questa volta un giornalista, prende spunto dal titolo dell'opera di Beccaria e grazie a uno strategico cambio di consonante affronta il capitolo lasciato aperto dal grande giurista, ovvero quella della detenzione. Si intitola "Dei relitti e delle pene" il bel volume di Stefano Natoli (Rubbettino, 182 pagine, euro 15,00) in cui partendo da una fotografia quanto mai dettagliata e completa della situazione carceraria si affronta uno dei problemi più scottanti delle società contemporanee e in particolare di quella italiana.
Chi pensa di trovarvi inni al buonismo si sbaglia. Se l'autore avesse voluto, avrebbe potuto raccontare decine di storie strappalacrime grazie al volontariato svolto nella casa di reclusione di Milano-Opera. In realtà prevale lo stile asciutto ed essenziale del cronista con una vita trascorsa al Sole 24 Ore. Con un ritmo incalzante snocciola, cifre, fatti, leggi.
A cominciare dal numero abnorme di detenuti: oltre 61mila secondo i dati di febbraio scorso, ammassati in carceri che ne potrebbero contenere al massimo 45mila. Una buona parte sono reclusi in attesa di giudizio o con piccole condanne da scontare. Ma una volta dietro le sbarre le distinzioni cadono e si ritrovano tutti nelle stesse condizioni. "Oggi bisogna fare un passo avanti e chiedersi finalmente se la galera sia, sempre e comunque. la risposta giusta per punire chi sbaglia o se invece debba essere considerata una extrema ratio, ovvero una soluzione per i criminali più pericolosi". La critica di Natoli è anche la sistema giudiziario che, nonostante alcuni interventi, è carcero-centrico come concezione ed assai lento nei suoi meccanismi. Eppure lo Stato spende parecchio per i detenuti: ciascuno costa "134,50 euro al giorno. Un importo che, moltiplicato per l'intera popolazione carceraria, supera gli otto milioni di euro".
Il che porta a una spesa annua di oltre tre miliardi a fronte degli 8,7 spesi per l'intera amministrazione della giustizia. Ci sarebbe un modo per risparmiare soldi e avere condizioni di vita più civili nelle celle: non con i provvedimenti svuota-carcere, più volte adottati dal legislatore, ma con effetti molto limitati nel tempo. Si tratta invece di migliorare l'efficienza del sistema giudiziario e ampliare l'applicabilità delle misure alternative alla detenzione, come la detenzione domiciliare o l'affidamento ai servizi sociali.
Tutti sistemi indigesti al giustizialismo imperante. Ma non è solo una questione di soldi. Per Natoli nella condizione di oggi viene meno quel principio rieducativo cui ogni pena deve tendere secondo quanto previsto dalla Costituzione.
"Il carcere - scrive - è un sistema che "deresponsabilizza" chi ci finisce dentro. Nel corso del tempo, infatti, le persone recluse fanno registrare una "erosione della loro individualità" determinata dall'adattamento alla comunità carceraria che tende, appunto, a livellare gli individui, a spersonalizzarli, a "infantilizzarli".
Natoli rivolge un'attenzione specifica alla pena più grave: l'ergastolo. Già nel 2013 l'Italia è stata invitata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo a rivedere questa condanna - in particolare il cosiddetto "ergastolo ostativo", cioè la sua forma più afffittiva - che appare in palese contraddizione con il principio rieducativo. In altri Paesi sono stati escogitati meccanismi tali per evitare che sia una "pena più crudele della pena di morte".
E in questo caso il riferimento di Natoli è ad Aldo Moro. "Priva com'è di qualsiasi speranza - scriveva il presidente del Consiglio ucciso dalle Br - di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, la pena perpetua appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte".
Natoli non manca di analizzare le spinte che portano a un giustizialismo oggi sempre più evidente. Parla infatti di una montante "cultura del controllo" che non tollera accattoni e vagabondi e che chiede poliziotti e telecamere ovunque. "Ancor più nei periodi di insicurezza economica e sociale - rileva l'autore - il crimine diviene un evento dalla valenza simbolica: come se perseguirlo con ogni mezzo allontani lo spettro di un futuro incerto".
In questi giorni tremendi di Covid l'affermazione si presenta come la chiave per comprendere anche scenari più vasti e complessi. Il volume si conclude con una sorta di decalogo di buoni principi che però hanno in sé anche le indicazioni per evitare che i detenuti diventino o siano considerati "relitti". Basterebbe che i nostri politici leggessero quello per capire che fare.










