di Franco Dal Mas*
Il Foglio, 5 dicembre 2020
Troppo e purtroppo abituati a dare per scontato ciò che scontato non è, con le restrizioni conosciute causa Covid-19 abbiamo riscoperto il valore della libertà nei suoi aspetti minimali. Se riteniamo già un'ingerenza il divieto di uscire dal comune di residenza, il confinamento domestico è un'imposizione insopportabile. "Ci hanno messi ai domiciliari", si sente dire. E per di più senza condanna.
Ma cosa succede là dove la pena si sconta veramente? Come ha puntualmente evidenziato Il Foglio, si registra una inspiegabile reticenza nel conoscere la cifra esatta dei casi di positività al Covid nelle carceri italiane. Solo mercoledì scorso, sollecitato da un'interrogazione, il ministro Bonafede ha dato i numeri: 826 detenuti, 1.042 operatori penitenziari, 72 amministrativi.
Ci stiamo pericolosamente avvicinando a quota duemila. La situazione è emergenziale in molti istituti, e non potrebbe essere altrimenti visto l'annoso fenomeno del sovraffollamento carcerario. Al 31 ottobre a fronte di una capienza di 50.533 posti i detenuti erano 54.868, tremila in meno rispetto al marzo scorso. Un sovraffollamento che, combinato con alcuni casi di positività in carcere, spinse allora il governo a varare provvedimenti finalizzati ad agevolare, a determinate condizioni, il ricorso ai domiciliari. Una norma timida ora reiterata, con alcune modifiche, ripetendo una strategia certo non risolutiva.
Superata l'emergenza sanitaria rimarrà sul tavolo l'atavica emergenza carceraria. I numeri sopra citati, depurati degli effetti temporanei dei ripetuti decreti, ci dicono che poco o niente è stato fatto. Vale la pena ricordare che dei 50.533 detenuti sono solo 36.457 i condannati con sentenza definitiva. Per i restanti 14mila è applicata la carcerazione preventiva. E vale la pena anche ricordare che tra la popolazione carceraria ci sono 31 madri con 33 figli al seguito, di cui solo la metà negli Icam.
Che fare, dunque? Due gli scenari prospettati, tra loro alternativi: realizzare nuove carceri o applicare più ampiamente misure alternative alla detenzione. Credo sia il momento di abbracciare il principio di non contraddizione con un tertium datur.
Nuovi e più degni penitenziari, maggior ricorso alle misure alternative, non escludendo - perché no? - provvedimenti di amnistia o indulto. Da qualche parte bisogna pur partire. Purtroppo questo governo non ha visione, e lo si comprende dal pantano nel quale ristagnano le riforme del processo civile e penale e dell'ordinamento penitenziario, oltre alla mancata soluzione dell'obbrobrio della cancellazione della prescrizione, sublime prodotto del governo del cambiamento. Ancora oggi pare evidente che ci si muova ispirati da un populismo penale, un orientamento neo-retributivo che considera il carcere come unica risposta. Un orizzonte ben lontano dai principi sanciti dall'articolo 27 della Costituzione.
*Senatore di Forza Italia











