di Luigi Manconi
La Repubblica, 13 marzo 2026
Negli ultimi anni sono stati oltre una ventina le inchieste e i processi che hanno avuto o hanno tuttora per oggetto comportamenti illegali di membri della Polizia penitenziaria. Si tratta di centinaia di indagati e condannati; e di altre centinaia di agenti (ma anche dirigenti e comandanti) che hanno taciuto o depistato o apertamente protetto i responsabili di illegalità, arrivando a falsificare atti e testimonianze. È il quadro generale del sistema penitenziario (Giustizia minorile compresa) a rivelare, così, il suo stato rovinoso. Nell’arco di due anni e due mesi i suicidi in carcere sono stati 182. Ma un altro dato suscita particolare allarme. Nel corso del 2025, su 254 decessi ben 50 si devono a “cause da accertare”. E questo, oltre a far sospettare che i suicidi effettivi possano essere ancora più numerosi, segnala quale sia il livello dell’assistenza sanitaria all’interno delle celle.
Secondo le carte delle indagini della Procura di Roma sui fatti avvenuti nell’Istituto penale minorile (Ipm) di Casal del Marmo (anticipate da questo giornale), le violenze messe in atto dai poliziotti penitenziari si sarebbero verificate “nelle zone non coperte dalle telecamere”. È la rappresentazione di un tragico scenario e, nel contempo, una cupa metafora: il sistema penitenziario resta tuttora una zona oscura, un invisibile e indicibile luogo di sofferenza, un buio spazio extralegale dove si consumano delitti e castighi.
Quello di Casal del Marmo è uno dei 17 Ipm italiani dove nell’arco di tre anni il numero di reclusi, secondo il più recente rapporto di Antigone, è cresciuto di oltre il 50 per cento a seguito degli effetti funesti del cosiddetto “decreto Caivano”. Quest’ultimo, come altri provvedimenti dell’attuale governo, piuttosto che reprimere la criminalità, specie quella giovanile, ha ottenuto l’effetto di moltiplicare i criminali, specie quelli giovanili, veri o presunti. La detenzione, fino ad allora adottata in misura ridotta, ha perso così il suo connotato di pena residuale, dal momento che è cresciuto in maniera esponenziale il numero degli ingressi di ragazze e ragazzi per cui è stata disposta la reclusione. In sostanza, il decreto ha facilitato l’arresto in flagranza e inasprito le pene legate al possesso di stupefacenti, anche in dosi di lieve entità. Basti pensare che a oggi il 64,9 per cento di quasi 600 giovani detenuti è in attesa di sentenza.
Il risultato è un tasso di sovraffollamento negli Ipm del 147,9 per cento. E tutto ciò mentre, nel 2025, i fondi destinati al dipartimento della Giustizia minorile hanno subito un taglio del 4,5 per cento; e sono diminuiti di 243 unità gli operatori a contatto più diretto con i detenuti negli istituti per adulti e in quelli per minori (secondo quanto dichiarato da Gennarino De Fazio, segretario del sindacato Uilpa).
Il discorso si fa ancora più problematico se riferito alla detenzione minorile e a quella fascia di età particolarmente vulnerabile, tra i 14 e i 17 anni, che richiederebbe una politica trattamentale razionale e intelligente. Di essa non troviamo alcuna traccia, mentre si ha notizia di condizioni “inumane e degradanti”, di abusi e illegalità e di situazioni estremamente critiche in un certo numero di istituti (Milano, Benevento, Torino, Bari…) e in chissà quante altre “zone non coperte dalle telecamere”. Ovvero dal controllo dell’opinione pubblica e delle istituzioni rappresentative.
Riguardo alla vicenda in questione, è stata la garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma, Valentina Calderone, a presentare un esposto in procura già nell’estate scorsa; e le testimonianze di educatori e religiosi hanno contribuito all’individuazione delle responsabilità personali - sia chiaro: al momento solo presunte - degli agenti.
Il numero degli indagati per lesioni e torture all’interno di Casal del Marmo sono meno di una decina rispetto a un corpo di polizia penitenziaria che annovera circa 37 mila membri, dirigenti compresi. Anche sommando tutte le persone coinvolte nelle diverse indagini, si tratta chiaramente di una esigua minoranza statistica. E così si ritorna alla stucchevole retorica delle poche mele marce. Mai una immagine fu tanto fallace. Ribadito per l’ennesima volta che è la botanica a dirci come anche una sola mela marcia possa infettare l’intero canestro, va ricordato che le mele marce non sono poi così rare.
Se consideriamo l’insieme degli istituti per adulti, negli ultimi anni sono stati oltre una ventina le inchieste e i processi che hanno avuto o hanno tuttora per oggetto comportamenti illegali di membri della Penitenziaria. Si tratta di centinaia di indagati e condannati; e di altre centinaia di agenti (ma anche dirigenti e comandanti) che hanno taciuto o depistato o apertamente protetto i responsabili di illegalità, arrivando a falsificare atti e testimonianze. È il quadro generale del sistema penitenziario (Giustizia minorile compresa) a rivelare, così, il suo stato rovinoso. Nell’arco di due anni e due mesi i suicidi in carcere sono stati 182. Ma un altro dato suscita particolare allarme. Nel corso del 2025, su 254 decessi ben 50 si devono a “cause da accertare”. E questo, oltre a far sospettare che i suicidi effettivi possano essere ancora più numerosi, segnala quale sia il livello dell’assistenza sanitaria all’interno delle celle.
A fronte di tutto ciò, la politica del governo risulta davvero fallimentare. Della riforma della custodia cautelare, futilmente più volte annunciata dal ministro Carlo Nordio, nulla più si è saputo; e sull’impegno a realizzare 10 mila nuovi posti detentivi entro il 2027 - se pure si trattasse di una soluzione saggia ed efficace - neppure i più stretti congiunti del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove sembrano disposti a giurare. Restano le parole di una delle vittime di Casal del Marmo: “Un agente mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Quindi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”. Non dubito che a breve, anche su questo efferato episodio, la presidente del Consiglio vorrà pubblicare un accorato video sui suoi amatissimi social.











