di Marco Castrovinci
La Repubblica, 29 agosto 2019
"Donne in prigione", docu-film di Jo Squillo, Francesca Carollo e Giusy Versace, è stato girato nelle celle del carcere di San Vittore e viene presentato oggi alla Mostra del Cinema di Venezia.
Fare i conti col passato è un esercizio che, in carcere, non si può rimandare né lasciare ad altri, come se si potesse in qualche modo sfuggire da se stessi. Cosa, peraltro, impossibile, mentre la quotidianità chiama montagne di pensieri e sta lì a ricordare ciò che è stato.
E così, affrontare il futuro o qualcosa che si avvicini a un'idea di futuro diventa una prova di cuore e coraggio: lo sa Hasna, lo sanno bene Martina, Elena, Yvone, Josephine e le altre protagoniste del docu-film "Donne in prigione", girato interamente nella sezione femminile del carcere di San Vittore: un racconto corale che verrà presentato questo pomeriggio alla Mostra del Cinema di Venezia, nato "dalla volontà di capire, di comprendere cosa porti una donna a compiere un reato tanto grave da cambiare il corso di una vita", spiega Jo Squillo, promotrice insieme con Francesca Carollo e Giusy Versace del progetto, parte delle iniziative culturali della Onlus Wall of Dolls contro la violenza sulle donne.
"La gente fuori guarda solo i reati, ma non sa perché li abbiamo fatti, la nostra storia dietro, non sa che comunque siamo esseri umani", dice Elena, una delle detenute, spiegando così il senso stesso del film: dieci "racconti di vita, intensi e forti", riprende Jo Squillo, "di donne che sono cadute ma che affrontano la risalita, attraverso uno straordinario percorso rieducativo". Chi infatti ha accettato di raccontarsi, ha partecipato a un corso professionale per cineoperatori. "Sono state loro in qualche modo a riprendersi, nonostante le enormi restrizioni in carcere. Noi abbiamo insegnato loro un lavoro, un possibile mestiere futuro, grazie alla collaborazione del direttore Giacinto Siciliano e dell'educatrice Francesca Masini".
A Venezia saranno presenti tre detenute - Hasna, Josephine e Yvone - "che racconteranno con noi la storia di un documentario", dice ancora Jo Squillo, "le cui protagoniste hanno subito quasi sempre violenza, fisica o psicologica. Donne ferite, offese, vittime di aggressioni con l'acido, che hanno reagito finendo anche per uccidere, ferire, picchiare" e che cercano qui di "spiegare a chi è fuori come si vive in carcere e quale carico di dolore si trovino ora a sopportare, invitando altre donne a non commettere i loro stessi errori.
Mi hanno insegnato cos'è la dignità, quella che mostra chi è colpevole e sta pagando per i propri reati, anche molto gravi. Persone consapevoli di aver sbagliato, anche per colpa della droga che ha portato molte di loro a non capire come reagire". Insomma, "donne fragili e chiuse - come racconta di sé Josephine - incapaci di chiedere aiuto, prigioniere ancora prima di entrare in carcere, ma che con le loro parole insegnano che si può sempre scegliere, impegnarsi, reagire provando a pensare al futuro, perché l'anima non ha sbarre davanti a sé. Fondamentale è la libertà di pensiero, non lasciarsi morire dentro".
Donne in prigione è accompagnato anche da "una canzone bellissima", "Rinascita", cantata dalle detenute e registrata a San Vittore, in collaborazione con il corso di coro gospel gestito dalla Auser di Milano e tenuto da Sara Bordoni. "Siamo entrate in sintonia, grazie alla voglia di condividere e forse anche alla mia storia di donna che lavora al fianco delle donne fin dal mio periodo punk, negli anni 80" e a un brano come Siamo donne, "un inno al rispetto per le donne. A Venezia mi aspetto attenzione per un docu-film che è stato, per le protagoniste, un percorso terapeutico, una presa di coscienza della propria anima".










