di Eleonora Martini
Il Manifesto, 29 maggio 2026
Dario Doshin Girolami, “Buddha dentro. Insegnamenti per chi si sente prigioniero”, edito da Ubiliber. La lunga esperienza con i detenuti nei penitenziari di San Quentin, California, e Rebibbia, a Roma. Lo zen e l’arte di sopravvivere al carcere. Si potrebbe sintetizzare così, concettualmente, la ventennale esperienza di Dario Doshin Girolami come insegnante di meditazione buddista all’interno dei penitenziari di San Quentin, in California, e di Rebibbia a Roma. Ma l’abate del tempio romano Zen L’arco - Zenmon Ji ci avverte fin dalle prime pagine del suo ultimo libro Buddha dentro. Insegnamenti per chi si sente prigioniero, appena pubblicato da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana (pp. 219, euro 12), che il percorso nato all’interno delle alte mura di cinta può essere fecondamente esportato all’esterno, tra gli individui cosiddetti liberi. Perché “in qualche modo siamo tutti detenuti”, scrive, “siamo tutti prigionieri di rabbia, odio e illusione”. Dunque, più correttamente, è il caso di parlare di zen - nella tradizione Soto, giapponese - e l’arte di illuminare la propria buia prigione.
Ordinato monaco al San Francisco Zen Center, nel 2000 Dario Doshin Girolami varcò per la prima volta le porte blindate di San Quintino, il carcere con il più grande braccio della morte degli Stati Uniti, per formarsi anche come cappellano buddista. E passare ore in raccoglimento insieme ai detenuti, seduto a terra in scomode posizioni. Tornato nella sua città natale, Roma, fin da subito provò a “presentare un corso di meditazione agli istituti penitenziari italiani, ma senza successo”. Riuscì nell’impresa “solo quando ho cambiato il nome del corso da “Meditazione zen” a “Mindfulness”, pratica che nel frattempo era diventata mainstream anche in Italia.
Da oltre quindici anni, così, insegna ai reclusi di Rebibbia come trasformare la pena detentiva in un’occasione di introspezione e riconciliazione con se stessi. Pratica che non aiuta ad evadere, né a levitare oltre le mura, bensì, al contrario, serve a liberarsi incontrando “con compassione la propria sofferenza”. E a giudicare dai risultati non è affatto poco. “Siamo tutti prigionieri. Siamo tutti convinti di essere circondati da alte mura dalle quali dobbiamo evadere in qualche modo. Occorre comprendere che è proprio questo nostro continuo tentativo di evadere, di scappare, che peggiora le cose”. Ci sono molte strade per arrivare a questo tipo di consapevolezza, e Girolami ne indica una. Col fare dello sceneggiatore - non a caso viene da una famiglia di cineasti - l’autore ripercorre le storie dei detenuti inframmezzandole con i feedback ricevuti durante le pratiche meditative, e picchetta il racconto con parabole e pensieri filosofici di grandi maestri come Dogen e Suzuki Roshi.
Le pagine scorrono come una preghiera, con un linguaggio tra il poetico - come nella tradizione zen - e il prosaico. E sembra quasi di assistere ai suoi corsi di meditazione, seguiti da detenuti di ogni credo religioso. Poiché “nel buddismo non c’è proselitismo”, spiega l’abate, lo scopo non è la conversione. “Il gancio che porta le persone alla pratica è la riduzione dello stress, la ricerca di uno strumento che aiuti a gestire le emozioni negative, il tempo che non passa mai, il sonno che non arriva. Poi però, pian piano, grazie alla meditazione le persone possono prendere coscienza di quello che hanno fatto e delle conseguenze delle loro azioni. È un modo per aiutarli nella riabilitazione, che poi è lo scopo della pena secondo la Costituzione”.
Un approccio che si è rivelato estremamente utile, perfino nel braccio della morte. E che ha funzionato anche con gli agenti di polizia penitenziaria, per i quali Girolami ha tenuto un corso di mindfulness su richiesta dello stesso Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. “A verificarlo scientificamente sono stati i test psicologici effettuati dalla cattedra di Neuroscienze dell’Università La Sapienza di Roma - riferisce l’autore -. I risultati pubblicati in una ricerca scientifica hanno dimostrato l’aumento della consapevolezza e della autocompassione. E la diminuzione dello stress, della rabbia e dell’ansia”. Non c’è giudizio, non c’è moralismo, non c’è pretesa di incarnare “il Bene” che si oppone “al Male”. Al contrario, chiarisce Girolami, la pratica della presenza mentale scardina pregiudizi e distrugge rassicuranti dicotomie. E c’è da credergli se, in alcuni casi, a San Quintino come a Rebibbia ci sono detenuti che hanno realizzato una piccola rivoluzione, trasformando “il loro periodo di detenzione in un periodo di ritiro monastico” e il carcere “in un monastero, cioè un santuario”.










