di Ilario Lombardo e Luca Monticelli
La Stampa, 21 febbraio 2025
Chiusa nel fortino di Palazzo Chigi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni attendeva questa sentenza. Da una parte si sforza in esercizi di equilibrismo sulla politica internazionale di fronte alle bordate di Donald Trump contro l’Europa e l’Ucraina; dall’altra fa da paciere nella mediazione quotidiana per tenere buoni gli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani, che ha incontrato ieri mattina a Palazzo Chigi. La condanna a otto mesi per rivelazione del segreto d’ufficio del sottosegretario Andrea Delmastro diventa l’occasione per l’ennesimo attacco della premier alla magistratura. Con una motivazione che, curiosamente, sembra confliggere proprio con quella riforma della separazione delle carriere avviata con grande entusiasmo da Meloni e l’intero centrodestra: la Procura di Roma - sostiene la presidente del Consiglio - aveva chiesto l’assoluzione dell’esponente di Fratelli d’Italia.
Questa divergenza tra giudice e pubblico ministero confermerebbe l’indipendenza dell’uno dal giudizio dell’altro. Ma tant’è. La premier, ancora indecisa se confermare il suo intervento di domani alla convention dei Repubblicani americani a Washington, si è precipitata a capofitto su un caso che le permette di riproporre lo scontro tra politica e giustizia. Dopo meno di due ore dalla notizia, Meloni affida a una dichiarazione scritta tutta la sua rabbia e sentenzia: “Il sottosegretario Delmastro rimane al suo posto”. “Sono sconcertata - spiega - per la sentenza di condanna, per il quale il pubblico ministero aveva inizialmente richiesto l’archiviazione e successivamente l’assoluzione. Mi chiedo se il giudizio sia realmente basato sul merito della questione”.
Il ragionamento fatto con i suoi fedelissimi è ancora più netto: “È una sentenza politica”, riferisce chi le ha parlato. Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di FdI, traduce ancora più esplicitamente il pensiero della premier: “È un processo esclusivamente politico che ha imbarazzato addirittura l’accusa. L’unica responsabilità del sottosegretario è stata quella di aver fatto sapere agli italiani che esponenti del Pd erano andati a incontrare mafiosi in carcere. Chi tocca il Pd, per certi magistrati, va punito”. Nessuno a destra nomina Giovanni Donzelli, che suo malgrado ha innescato tutta questa vicenda. Donzelli (fiorentino), coinquilino a Roma di Delmastro (biellese), esattamente due anni fa in aula alla Camera riferì delle conversazioni nel carcere di Sassari tra l’anarchico Cospito e alcuni detenuti di camorra e ‘ndrangheta, anche loro al 41 bis. Informazioni che Delmastro - da sottosegretario con delega al Dap - aveva raccontato all’amico fiorentino.
L’ira meloniana contro il potere giudiziario si riflette sul Guardasigilli Carlo Nordio che, dopo essere andato a Palazzo Chigi, dice di confidare già in una chiara bocciatura in appello della sentenza: “Sono disorientato ed addolorato per una condanna che colpisce uno dei collaboratori più cari e capaci. Confido in una sua radicale riforma in sede di impugnazione. Delmastro ha la più totale ed incondizionata fiducia, continueremo a lavorare insieme per le indispensabili ed urgenti riforme della Giustizia”.
Le opposizioni attaccano e chiedono le dimissioni di Delmastro così come le invocano da tempo per Daniela Santanchè, la ministra del Turismo rinviata a giudizio dal Tribunale di Milano per falso in bilancio sul caso della società editrice Visibilia. Per la premier le due questioni sono molto diverse. Se da una parte afferma che Delmastro resterà al suo posto perché è vittima della magistratura politicizzata, dall’altra considera Santanchè causa del suo male. Secondo Meloni, qualora fosse rinviata a giudizio anche per l’altro filone, che riguarda la truffa all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid, la ministra si dovrebbe dimettere per ragioni di opportunità politica. L’atteggiamento è completamente diverso nei confronti dei due esponenti di FdI, membri entrambi del governo. Con Santanchè è maturata una freddezza arrivata ormai alla rottura. Delmastro è invece un fedelissimo di Meloni a cui perdonare tutto: dallo sparo al veglione di Capodanno a cui lui era presente fino “all’intima gioia di non lasciar respirare i detenuti nei mezzi della polizia”, dichiarazione che la premier ha avvalorato difendendolo.











