di Cataldo Intrieri
linkiesta.it, 15 marzo 2025
Il nostro sistema giudiziario è intrappolato in una spirale di ipocrisia e di pressioni mediatiche: un pendolo che oscilla costantemente tra garantismo e giustizialismo. Anche se la politica italiana è momentaneamente assorbita dalle polemiche sulla guerra in Ucraina, il vero indicatore della crisi profonda che attraversa il nostro Paese resta pur sempre la giustizia. Il sottosegretario di fertile ingegno Andrea Delmastro Delle Vedove ne ha detta un’altra delle sue in un’intervista a Ermes Antonucci del Foglio. Dopo essersi definito giustizialista e garantista “a giorni alterni” (ma di quest’ultima patologia a dire il vero nessuno si era accorto, c’è da dire che la schizofrenia, metaforicamente parlando eh, spesso cela taluna delle manifestazioni sintomatiche) Delmastro come Fantozzi di fronte all’ennesima visione della Corazzata Potemkin, sbotta dopo la millesima domanda sulla riforma Nordio e rivela che per lui è una boiata pazzesca. Le sue non sono affermazioni peregrine, in effetti egli dice ciò che tutti sanno e pochi ammettono: che l’unica vera riforma efficace è quella che trasferisce le procure sotto l’esecutivo.
Con la riforma sbandierata da Meloni e Nordio, afferma il sottosegretario, “un Pm non dovrà più contrattare il suo potere coi giudici in un solo Csm, ma avrà un proprio organo che gli garantirà tutti i privilegi e, prima ancora di divorare i politici, divorerà i giudici, terrorizzati da questa prospettiva”. Un punto, questo, tutt’altro che chiaro e che forse necessiterebbe di una spiegazione, ma la tesi sull’autoreferenzialità dei Pm è la stessa su cui si basa l’Anm per opporsi alla riforma.
Esisterebbe dunque un corpo scelto e autoreferenziale di inquirenti che si auto-protegge, restando indifferente persino ai giudici. L’unico punto poco chiaro è perché proprio le procure dovrebbero lamentarsene, a meno che l’indignazione pubblica non sia solo una facciata, mentre in privato si fregano le mani. Vedremo se Delmastro finirà vittima dell’ennesima gaffe o se, come il bambino che svelò la nudità del re, se la caverà con un paio di scapaccioni.
Sotto la cenere cova un altro incendio, alimentato dal riaccendersi improvviso di uno dei tanti delitti spettacolari che hanno segnato le cronache italiane: Garlasco. Nel frattempo, Alberto Stasi, l’ex biondino definito “dagli occhi di ghiaccio”, è ormai un uomo amareggiato e imbolsito, giunto alla fine della pena tredici anni dopo l’omicidio (pardon, femminicidio) della sua fidanzata. Ora, però, emergono nuovi sviluppi: le indagini sono state riaperte, c’è un nuovo indagato - un amico del fratello della vittima, subito etichettato come il nuovo mostro - e sono state rinvenute tracce genetiche che lo collegano al luogo del delitto.
Le nuove indagini forensi, condotte con metodiche più avanzate dalla procura di Pavia e dal genetista che risolse il caso di Yara Gambirasio, avrebbero escluso la presenza di tracce di sangue nel dispenser del sapone, che secondo l’accusa Stasi avrebbe usato per lavarsi le mani dopo l’omicidio di Chiara. Una novità dirompente, perché smantella uno dei capisaldi dell’accusa, se non l’unico: la presenza esclusiva delle sue impronte sulla scena del crimine. Ora emerge un ragionevole dubbio, peraltro già ammesso nelle sentenze, che riconoscevano indagini e accertamenti condotti in modo errato.
Come per l’uscita di Delmastro, la vera ragione dello scandalo è altrove, anche se l’ipocrisia dei luoghi comuni resta la stessa. Ciò che è davvero scandaloso (e indicibile) nel processo Stasi è che solo in Italia, e forse in qualche repubblica della Sharia, può accadere che un imputato, dopo due assoluzioni consecutive, venga infine condannato, trasformando ragionevoli dubbi in certezze assolute attraverso una rilettura soggettiva degli stessi elementi di prova che i primi giudici avevano ritenuto insufficienti. Secondo il costante insegnamento della Cassazione, questo non dovrebbe essere possibile, eppure accade quando si tratta di certi delitti che infiammano i talk show serali.
In altri paesi i procuratori non possono appellarsi contro le assoluzioni; in Italia, una norma simile era stata introdotta, ma la Consulta l’ha cancellata perché alterava la parità delle parti nel giusto processo. Perché da noi il processo deve fare giustizia, qualunque cosa significhi. Meglio se in fretta e con una bella condanna finale. L’assoluzione è vista solo come un delitto rimasto impunito. Di fronte a madri addolorate, padri e sorelle straziati che attaccano i giudici colpevoli di emettere sentenze non allineate all’aspettativa della forca, l’esito non può che essere una condanna.
Bisognerebbe accettare una verità elementare: il tanto sbandierato principio della condanna oltre ogni ragionevole dubbio ha un corollario inevitabile di civiltà: è meglio rischiare che un colpevole resti impunito piuttosto che mandare un innocente in carcere. Dunque, se quattro o cinque giudici ritengono che non ci siano prove sufficienti per una condanna, non ne bastano cinquanta di parere opposto per rovinare la vita di un colpevole di comodo.
Bisognerebbe avere il coraggio di dire che ciò che più spesso spinge i giudici è la convinzione che certi crimini ad alto impatto simbolico non possano restare impuniti, e tra questi il femminicidio, per il quale, secondo l’immaginario forcaiolo, il colpevole non può che essere il fidanzato, il compagno, il marito, meglio ancora se lombrosianamente “dagli occhi di ghiaccio”. E il fatto che, proprio mentre emerge il possibile orrore di un errore giudiziario mostruoso, il governo approvi una legge che introduce l’ergastolo per fumose ipotesi di femminicidio, la dice lunga sulla follia di un paese malato. Del resto, Delmastro, che a giorni alterni diventa garantista o giustizialista “pragmaticamente”, è l’emblema perfetto del popolo italiano: ora onesto, ora disonesto, ora papalino e laico, accogliente e razzista, pacifista e guerrafondaio, innocentista e colpevolista, eternamente quel “volgo disperso che nome non ha”.











