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di Nadia Urbinati*

Il Domani, 2 settembre 2025

Le elezioni sono intese e usate in senso plebiscitario, proprio come non avrebbero dovuto esserlo secondo i costruttori delle democrazie del secondo Dopoguerra. La stortura è evidente quando si assiste, come in queste settimane, alla lotta tra autocandidati alla presidenza delle giunte regionali nelle prossime elezioni. Vi è qualcosa di distorto nella gestione del potere politico - e non per ragioni morali, bensì strutturali. Chi viene eletto, non importa se nelle cariche amministrative locali (comunali e regionali) o in quelle politiche nazionali, sente di possedere un privilegio, del quale non ama ovviamente disfarsi, pensando di far dimenticare ai cittadini che le elezioni sono state istituite proprio per cacciare chi governa senza spargimento di sangue.

Forse perché le cariche elettive sono state regolate in modo da assegnare ai ruoli apicali una visibilità e dei poteri amplificati (in nome della celerità delle decisioni e della governabilità) o forse per la rivoluzione dei sistemi di informazione e di opinione (che danno alla personalità degli attori una rilevanza preminente, solitaria e separata). Fatto sta che chi gestisce un’amministrazione pubblica tende a dimenticarsi che sta svolgendo una funzione che non è sua e che ha ricevuto legittimazione da un processo elettivo. Che è a tempo. Una banalità ignorata.

Sovrano dormiente - Il potere legittimante dei cittadini sembra dimenticato un minuto dopo la chiusura delle urne. Come ha scritto uno storico del pensiero politico moderno, Richard Tuck, la tentazione del potere costituito è di mettere il sovrano a dormire. Diremmo anzi che chi gestisce la giostra elettorale, dalla ricerca e designazione dei candidati alla costruzione delle liste e dei messaggi elettorali, vuole somministrare al sovrano dosi massicce di sonnifero, affinché resti dormiente tra un’elezione e l’altra e si risvegli quando è assolutamente necessario, alle successive elezioni. Le elezioni sono intese e usate in senso plebiscitario, proprio come non avrebbero dovuto esserlo secondo i costruttori delle democrazie del secondo Dopoguerra. Questa è la “democrazia delegativa”. La categoria è stata coniata da Guillermo O’Donnell negli anni Ottanta dello scorso secolo per indicare lo scivolamento della democrazia elettorale verso forme autoritarie. Questa categoria non riguarda più i paesi dell’America Latina, per classificare i quali fu coniata, ma molti paesi dell’area atlantica, dove si dice che vigano democrazie consolidate, presidenziali e non.

Il potere del numero - Riguarda anche paesi con un sistema parlamentare, come l’Italia, dove per la loro insipienza i populisti e i castigatori della partitocrazia hanno avuto la malsana idea di disboscare il parlamento, convinti di dare in questo modo più potere ai cittadini. Un’inferenza di una stupidità immensa che si è prevedibilmente tradotta nella decadenza del parlamento, un emiciclo semipopolato, che conta molto meno di prima. Del resto, una delle norme auree della democrazia è il potere del numero. I populisti nostrani hanno al contrario pensato che i piccoli numeri fossero più democratici. Non solo, hanno agevolato e infine perfezionato leggi elettorali fatte essenzialmente per rafforzare le maggioranze elette (nei fatti minoranze): come diceva O’Donnell, le democrazie che si curano prima di tutto del potere esecutivo e dello sfoltimento di quello deliberativo finiscono per magnificare le minoranze e diventare autoritarie. La stortura è evidente quando si assiste, come in queste settimane, alla lotta tra autocandidati alla presidenza delle giunte regionali nelle prossime elezioni; autocandidati che si sostituiscono al partito da cui provengono, o a cui dicono di appartenere. Come in una competizione tra galli, si beccano e si attaccano l’un l’altro nella speranza di disarcionare l’avversario, mentre il partito svolge al massimo una funzione di vigile urbano o di esperto in risoluzione dei conflitti, senza potere di veto.

Partiti e leadership - La trasformazione delle elezioni in competizioni di tipo plebiscitario è stata facilitata da riforme delle amministrazioni locali che hanno picconato i poteri delle assemblee elette (a partire dai Consigli comunali) e dato risalto ai ruoli apicali, instillando una prevedibile bulimia nei politici e loro affiliati. Insomma, per sfoltire le assemblee, velocizzare i processi decisionali, aiutare la governabilità, si è finito con il costruire feudi (e spalancare le porte a cordate di affaristi). Come ha scritto Antonio Floridia recentemente, a proposito del Partito democratico, “gli equilibri di potere” tra il livello locale e quello nazionale mostrano da un lato una segreteria plebiscitata e dall’altro una “feudalizzazione del partito in periferia”. Il plebiscitarismo e il rinfeudamento vanno a braccetto con l’esito che, dopo decenni di lotta alla partitocrazia, i partiti si trovano a essere congreghe di “crazie”. Mentre il partito è identificato con la leadership individuale a dominare sono i signorotti di ceto, fazione, o potentati locali. Questa è la distorsione nella gestione del potere politico che fa decadere la democrazia.

*Politologa