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di Walter Veltroni

Corriere della Sera, 24 agosto 2022

I cittadini siano messi nelle condizioni di scegliere col voto tra alternative chiare e quella vincente possa generare un governo capace di attuare le promesse fatte agli elettori. “Ai cittadini non interessa nulla della legge elettorale, i veri problemi sono altri!”.

Quante volte abbiamo sentito ripetere, recentemente, specie da uomini politici, questa frase? È vero, certo, che in una famiglia i pensieri più assillanti sono per il reddito, il lavoro, il destino dei figli. Eppure c’è un legame indissolubile tra la efficienza di un sistema politico e i problemi concreti, quotidiani, di famiglie, lavoratori e imprese. Se la macchina delle decisioni non funziona, se è imprigionata in un gorgo irrazionale, come quella italiana, ne discende che la comunità avverta che nessuno dei suoi problemi potrà essere, per tempo, affrontato e risolto.

E così la democrazia diventa un puro costo, i politici una casta. I cittadini avvertono quando la gelatina imbriglia le istituzioni e le costringe nella spirale dell’ingovernabilità. Davvero si può pensare che qualcuno abbia ritenuto razionale far cadere il governo Draghi con una guerra in atto, una escalation del costo energetico e di materie prime, una pandemia in agguato permanente, una crisi finanziaria e sociale devastante? E che si precipiti verso elezioni in settembre, prima volta, con una campagna elettorale iniziata in modo inquietante: con le risse sulle liste e, ancor peggio, con lo stupro di una donna usato per fini elettorali. Non è quindi proprio questa, davvero, la prova di una distanza siderale, oggi, tra governanti e governati?

La democrazia che non decide genera domande di tutela. È sempre stato così, nella storia contemporanea. La democrazia è una macchina che ha bisogno del funzionamento di ogni ingranaggio. A cominciare dal modo in cui i cittadini, nel momento più alto dell’esercizio dei loro diritti politici, il voto, siano o no messi nelle condizioni di scegliere tra alternative chiare, con la sicurezza che quella vincente genererà un governo capace, in cinque anni, di attuare, in stabilità, le promesse fatte agli elettori. Le promesse su cui il patto, qualcuno lo chiamò persino il contratto, tra cittadini e politica si stipula.

Invece, da più di dieci anni, la democrazia è una porta girevole sempre attiva. Abbiamo visto davvero di tutto: governi con formule alternative guidati dalla stessa persona, alleanze tra soggetti che avevano giurato agli elettori che mai avrebbero governato insieme, partecipazioni continuative a coalizioni senza aver mai vinto le elezioni. Così i governi si sono succeduti con la stessa vorticosa frequenza di quelli della prima repubblica, mostrando la fragilità di un sistema che non trova pace perché è dominato da una legge elettorale definita demenziale dagli stessi che l’hanno votata in Parlamento. Se si aggiunge poi che si è deciso un taglio dei parlamentari senza avere un briciolo di visione d’insieme e che le promesse di riforma della legge elettorale e dei regolamenti delle Camere formulate in quel momento - quelle che valsero la nascita di un governo giallorosso dopo quello gialloverde - sono state bellamente disattese, si capisce bene come la maionese istituzionale stia impazzendo e come si diffonda la tentazione perniciosa all’astensione.

La disaffezione dei cittadini gli spagnoli lo chiamano desencanto, nasce oggi proprio dal fatto che in questi anni si è appannata la bellezza della alternatività delle politiche, dei valori, dei programmi. E che la fantasia policromica dei vertici dei partiti è andata sostituendo il puro gioco di palazzo, rosario di formule e scissioni, alla passione civile di chi continua a pensare che tra gli schieramenti debba esserci una visibile, nitida, appassionante differenza. Quella che esiste - dai diritti sociali a quelli civili, dall’ambiente all’immigrazione - e che meriterebbe di poter preludere, con il voto dei cittadini, a ruoli definiti, governo e opposizione, per cinque anni. Ma questo comporta la legittimazione reciproca, l’accettare - tanto più se si è governato insieme - che tutti abbiano pari diritto a guidare questo paese.

La democrazia è accordo bipartisan sulle regole e divisione netta quando si governa. In Italia succede il contrario. Credo sarebbe importante che le forze politiche decidessero di mettere finalmente ordine nel sistema elettorale, motore principale dell’ingranaggio, scegliendo una volta per tutte quale strada imboccare: o maggioritario o proporzionale. Tertium non datur. Quello che non è più sopportabile è l’inganno consumato nei confronti degli elettori, convinti, quando votano, di scegliere una coalizione che governerà. Da dieci anni, infatti, succede esattamente il contrario.

Se tutti vogliono il proporzionale lo si faccia, con garanzie contro la frammentazione, e ciascun partito recuperi, se la ha, quella identità e autonomia progettuale che ormai è annacquata da differenze profonde, nelle sedicenti coalizioni, su questioni delicate, a cominciare dalle alleanze internazionali dell’Italia, oggi minacciate dalle pesanti interferenze alla Medvedev. L’alternativa, per la quale fu sprecata per pochi voti una occasione referendaria preziosa nel 1999, è un assetto bipolare forte, dato da un vero maggioritario, che riporti nell’alveo dei partiti le differenze che oggi si manifestano in forma di atomizzazione del sistema politico. Ma è cosa di ieri. Oggi non conta.

Oggi basterebbe fare una campagna elettorale civile, fondata sui programmi e sulle profonde differenze di valori e programmi che esistono, o dovrebbero esistere, tra gli schieramenti. Se i partiti le mostreranno, invece di perdersi in attacchi personali reciproci o in promesse grottesche, allora riaccenderanno un po’ di passione civile. Come ha detto su questo giornale il saggio Edgar Morin, rivolgendosi alla sinistra: “Non si può fare politica indicando come obiettivo solo quello di respingere i partiti di destra. Bisogna proporre una concreta trasformazione progressista della società”.

Sarebbe importante se le forze politiche si impegnassero oggi a discutere, insieme, dei grandi temi istituzionali. Servirà una democrazia che funzioni, con i guai che abbiamo alle porte. Altrimenti la politica finirà con l’essere una partita a stadi vuoti, giocata dai professionisti ma senza la partecipazione degli altri. Il rischio autoritario, quello vero, nasce lì. Diceva Calamandrei: “La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia. Se un regime democratico non riesce a darsi un Governo che governi, esso è condannato”.