di Silvia Guidi
L’Osservatore Romano, 5 ottobre 2025
“Sono in un tunnel e, dopo tutto quello che ho vissuto in Libia, vedo solo nero”. È la voce di un detenuto straniero in Italia. Una voce che racconta non solo la sua storia, ma quella di tanti altri. Perché, in carcere, nessuno sta bene, ma c’è chi sta peggio, rinchiuso non solo da quattro mura di cemento, ma anche dalle mura delle differenze linguistiche e culturali. Il sistema carcerario italiano attraversa una crisi profonda. Dall’inizio dell’anno, sessantuno persone si sono tolte la vita. Il sovraffollamento è pari al 135,5%, che vuol dire semplicemente che dove dovrebbero stare 100 detenuti ce ne sono 135. In mezzo a loro c’è Amin.
Ha lasciato la Nigeria con l’idea di trovare lavoro in Italia. La famiglia gli ha dato gli abiti e i soldi per il viaggio. Il suo racconto è da brividi e il suo corpo porta i segni delle frustate che, a telefono aperto, gli venivano inflitte per chiedere alla famiglia altri soldi. Tutto questo accadeva in un garage/cella, torturato da uomini in divisa, tenuto in vita dai suoi aguzzini con un pezzo di pane raffermo e mezzo bicchiere d’acqua. Dieci giorni d’inferno che, poi, sono diventati venti, fino a quando non sono arrivati i soldi e Amin è stato buttato su un motoscafo, di notte, senza documenti.
Sulla costa italiana è stato soccorso da alcuni volontari e portato in un centro di accoglienza. Amin era felice: pensava che il peggio fosse passato. Invece si ritrovava a dormire su un materasso steso per terra, con i servizi igienici impraticabili, le docce inesistenti e solo una canna d’acqua per lavarsi. Un giorno approfitta di una porta aperta: esce e se ne va senza un euro in tasca e senza documenti. Sale su un treno e arriva a Milano dove lo avvicinano alcuni connazionali. Scoppia una rissa, arriva la polizia e Amin finisce in carcere con un’accusa pesantissima.
Non era la vita che aveva sperato, ma almeno riesce a farsi una doccia e a dormire su un materasso decente. Da mangiare non manca e il vitto rispetta il suo credo religioso. Amin non conosce una parola di italiano. Solo i volontari e il cappellano si prendono cura di lui dandogli dei vestiti e venti euro per chiamare la famiglia in Nigeria. Ma quando lo fa scopre che i suoi genitori sono morti.
Nonostante i numeri - i detenuti stranieri sono il 31,6% di tutta la popolazione reclusa in Italia (19.660 su un totale di oltre 63.000) - il sistema carcerario si dimostra impreparato nella relazione con i migranti. Nessun mediatore stabile e quindi, a causa della lingua, difficoltà a comunicare con il personale carcerario e ad accedere a ogni tipo di iniziativa riabilitativa.
Trasferito in un altro istituto di pena, Amin viene assegnato ai lavori interni. Per la prima volta vede poche decine di euro e può acquistare qualche bottiglia d’acqua e un po’ di pelati per cucinare un piatto di pasta e condividerlo coi compagni di cella. Ora pensa a cosa sarà della sua vita quando avrà finito di scontare la pena. E ha paura, perché, dopo la detenzione, il tunnel resta quasi sempre buio per lui e per tutti. Il carcere insegna una cosa sola: a vivere prescindendo dalla razza, dal colore della pelle, dalla lingua. Tutto questo è possibile nel rispetto vicendevole, ma non sempre riesce a essere garantito dalle istituzioni.










