di Giacomo Rizzo
Corriere di Taranto, 11 maggio 2026
Il suono è quello di un citofono che squilla all’alba. “Per me la notte del 5 ottobre 2014 non è una data, è un rumore”, racconta Fabrizio Pomes. “Ti svegli di soprassalto, ti affacci e vedi le luci blu che filtrano dalle finestre. In quel momento pensi solo alla tua famiglia. In pochi minuti la tua vita cambia direzione. Senza spiegazioni, senza tempo per raccogliere pensieri o abbracci. Un attimo prima ero un uomo libero, un padre nella propria casa. Un attimo dopo ero un detenuto”. È l’inizio di una traiettoria che lo porterà dentro il carcere e, anni dopo, a mettere tutto nero su bianco in un libro dal titolo che è già una dichiarazione: “Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità”.
Sessant’anni, sposato, padre di una ragazza di 33 anni e due gemelli di 30, già consigliere, assessore comunale e dirigente politico prima con il Psi e poi con la “Puglia per Vendola”, Pomes era il presidente del centro sportivo Magna Grecia. Poi, l’uragano dell’operazione “Alias”: l’accusa di essere fiancheggiatore del clan De Vitis-D’Oronzo, la condanna definitiva a otto anni per concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Una sentenza pesante, un macigno che avrebbe potuto schiacciare chiunque, ma che lui ha scelto di affrontare come possibilità di riscatto.
Oggi Pomes vive a Bologna. Ha scontato la sua pena fino all’ultimo giorno, tornando completamente libero nel settembre 2025 e trasformando la cella in un’aula universitaria. Ne è uscito con una laurea in più (delle quattro conseguite) e un libro in distribuzione dall’8 maggio (Pendragon editore), che vanta le firme di Matteo Maria Zuppi – arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana – per l’introduzione e il comico e saggista Alessandro Bergonzoni per la postfazione. “Questo libro – svela – è nato un po’ per caso, cioè non avrei mai voluto scriverlo. Poi è diventato una necessità ed è stato ispirato dal cardinale Zuppi perché ebbe a dire che per i detenuti il carcere poteva rappresentare una speranza, un momento di ricostruzione”.
Più che un memoriale, è un’analisi sociologica e umana. “Non ho scritto queste pagine – spiega – per cercare assoluzioni, ma per testimoniare. Perché il carcere non resti un’ombra distante, ma un luogo abitato da esseri umani. Perché la speranza non resti una parola pronunciata dall’alto, ma diventi un’esperienza concreta, fragile e tenace, che passa attraverso i piccoli gesti: uno sguardo che non giudica, una possibilità concessa, una porta che si apre dentro prima ancora che fuori”.
Di fatto, afferma, “è un pit stop biografico. Non puoi più essere quello che sognavi di diventare e non puoi essere più lo stesso, ti devi riscrivere completamente”. Per Pomes, la detenzione è stata il luogo della resilienza, dove “puoi in qualche modo anche migliorarti o fare cose che diversamente non avresti avuto modo di fare”. Il cuore del suo pensiero batte contro la tendenza della società a cristallizzare l’individuo nel suo errore peggiore perché “nessuno è il suo reato”. Pomes si riferisce alla “visione spesso carcero-centrica, un po’ paternalista della società, che porta sempre a considerare il detenuto esclusivamente il reato che ha commesso, ma è una persona che merita dignità. Deve pagare una colpa -semmai l’ha commessa – ma senza perdere la propria umanità. Il ruolo che volevo affidare al libro è quello di restituire un po’ di dignità a un luogo come il carcere che troppo spesso la nega”.
Il libro attraversa il sistema penitenziario dall’interno, tra sovraffollamento, sanità fragile, subculture e contraddizioni, ma anche attraverso le voci di chi lo vive e lo anima: una dirigente penitenziaria, una funzionaria giuridica pedagogica, un agente di polizia penitenziaria, il mondo dell’associazionismo dal teatro alla redazione giornalistica interna al carcere, un rappresentante delle comunità islamiche, la presidente di Antigone. Nel testo si parla, dunque, di speranza come “possibilità di immaginarsi diversi da ciò che si è stati. Quando questa possibilità – riflette l’autore – viene negata, si produce solo recidiva, rancore, esclusione. Quando invece viene coltivata, anche faticosamente, si costruisce sicurezza vera. La pena che non offre futuro non protegge. Illude. La pena che responsabilizza, invece, trasforma. Questo libro non chiede indulgenza né scorciatoie. Non nega il reato, non attenua il dolore delle vittime. Chiede però che la giustizia non rinunci alla sua funzione più alta: rendere possibile il cambiamento. Perché una società che smette di credere nella trasformazione dell’uomo è una società che rinuncia a migliorare se stessa”.
In questo viaggio Pomes elogia l’opera del volontariato. E non è un caso che, una volta fuori, abbia scelto di restare in quel mondo. Partecipa al laboratorio di giornalismo “Ne vale la pena”, conduce una rubrica radiofonica, “Percorsi di libertà”, su EduradioTv, e porta testimonianze nelle scuole. “È come il mal d’Africa. Quando esci, una parte di te resta lì. Io provo a restituire quello che ho ricevuto”. Secondo gli inquirenti avrebbe favorito gli interessi illeciti dell’organizzazione criminosa proprio attraverso la gestione del centro sportivo Magna Grecia, uno dei principali impianti della città. Sotto la lente della magistratura finì l’assegnazione alla coop Falanto. La gara d’appalto fu bloccata e trasformata in proroga del servizio.
In primo grado fu condannato a 11 anni, pena poi ridotta a 8 anni in appello e diventata definitiva nel settembre del 2019. “La sentenza – confida – non la reputo giusta, ma ritengo piuttosto che le sentenze, anche se non condivise vadano rispettate per cui, quando arrivò la definitiva, io mi consegnai al carcere al carcere Rocco D’Amato di Bologna. La Dozza. L’imputazione era molto liquida, c’erano ruoli confusi, relazioni un po’ deformate, supposizioni elevate a verità. Ritengo di non aver mai agito contro la legge. Forse sono stato, come mi hanno detto mia moglie e i miei figli, “fortemente incauto”. O forse un inguaribile sognatore. Io ho sempre pensato di essere innocente, però poi quando arriva una condanna che diventa definitiva la devi accettare per quella che è”.
Il legame con la sua terra, Taranto, rimane una ferita aperta e sanguinante. Guarda da lontano i lavori per i Giochi del Mediterraneo che interessano proprio quel Magna Grecia che fu il suo regno e la sua rovina. “La mia grande paura oggi – riflette – è per il dopo Giochi. Il rischio che si corre è di realizzare cattedrali nel deserto. Di vederlo ristrutturato mi fa un gran piacere, ma occorre poi tenere gli impianti in equilibrio finanziario”. Non tornerebbe indietro, però. Bologna lo ha adottato, offrendogli un modello di gestione della cosa pubblica che descrive come “di un altro livello”.
E la politica? Quella fatta di strette di mano e promesse? “L’abbandono fa parte proprio della nostra storia millenaria. L’ha fatto Pietro con Gesù, immaginate un po’ se mi amareggiassi che qualcuno lo abbia fatto con me”. Gli amici veri sono rimasti - cita, tra gli altri, Zaccheo, Gigante, Pedullà, Castronovi - mentre quelli di convenienza sono evaporati. Oggi Fabrizio Pomes lavora in un call center e dedica ogni minuto libero al volontariato e alla testimonianza nelle scuole. Racconta il carcere non come un luogo di straforo, ma attraverso la “Convict criminology”, la narrazione di chi ha sentito sulla pelle il “suono metallico in tutto” di una sezione penitenziaria. Prima a Taranto, poi a Bologna.
“L’impatto è tremendo. Quando ti muovi senti solo cancelli che sbattono, chiavi che girano, inferriate che si chiudono. E poi gli odori. Sono cose che ti restano dentro”. Ma è nel momento del congedo, nel settembre 2025, che aumenta l’intensità della narrazione. Per lui “l’uscita dal carcere non è raccontabile. Lasci persone con le quali hai convissuto per anni, con le quali hai stretto amicizie sincere. Ma la gioia di poter guardare il cielo e rivedere le stelle è enorme. Potrebbe anche essere il titolo di un seguito del libro. Rivedere il cielo senza grate è una cosa che non riesco a trasferire, un’emozione troppo grande. La libertà”. Il suo è un invito a guardare dentro le mura, a riconoscere i volti e le storie dove la società preferisce voltarsi dall’altra parte. Perché il carcere è sì un luogo di ombre, ma come scrive Pomes, resta pur sempre “un luogo fatto di attese, silenzi, errori… ma anche di umanità, resistenza e possibilità”. E lui, quella possibilità, l’ha afferrata con entrambe le mani.










