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di Alfredo Venturini

buonasera24.it, 11 maggio 2026

Una riflessione sul libro di Fabrizio Pomes, nato dall’esperienza diretta della detenzione e dal tentativo di restituire umanità e dignità a un universo spesso nascosto. Il libro di Fabrizio Pomes si colloca in quel movimento impegnato a cercare di riqualificare la visione comune della prigione, rappresentandola in maniera veritiera. Prova a restituire dignità alle storie che il carcere spesso nasconde fra le sue mura. Nasce dall’esperienza diretta di chi ha vissuto la detenzione e prova a portarti oltre le sbarre di un mondo complesso, segnato dalla contraddizione fra isolamento e sovraffollamento. Non ha la presunzione di assolvere o condannare. Si limita ad osservare come la questione penitenziaria non sia marginale, ma profondamente intrecciata alla qualità civile di un Paese.

Nella sua descrizione Fabrizio, chiamo l’autore con il suo nome di battesimo conoscendolo da sempre e orgoglioso di considerarlo un fratello minore, identifica fin da subito l’ambiente del carcere come un ambiente punitivo, che porta alla perdita della dignità dell’individuo. L’istruzione diviene uno dei pochi appigli per evitare di “spegnersi” e uno dei modi per mantenere delle aspirazioni.

La realtà del carcere è immensamente complicata. Senza cercare di riassumerla troppo, lo fa bene l’autore, penso si possa affermare che si tratti di una realtà umana, più che giudiziaria. I detenuti sono persone e in quanto tali impongono un’attenzione e una riflessione profonda sulla posizione che ricoprono nella società. Lo scopo dell’istituzione carceraria è sostanzialmente rieducativa, quindi ha il fine di reintrodurre i detenuti nella società. Tuttavia, questo tipo di impostazione rischia di essere eccessivamente razionale e meccanica, considerando i detenuti come oggetti da riparare, raddrizzare. Dal momento che il problema riguarda le persone, una gestione innovativa potrebbe essere il lavorare su di esse per uscirne diversi. Conoscendo l’autore, sono certo, che la dura esperienza vissuta lo porti, oggi da uomo libero, a stare “dietro le sbarre”, consapevole della condizione carceraria.