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di Marcello Buttazzo

Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025

Nelle carceri italiane, sovraffollate fino all’inverosimile, si continua a morire. Domenica 7 agosto, all’alba, a Firenze, nel carcere di Sollicciano, s’è impiccata nella sua cella una donna rumena di 26 anni. Dall’inizio dell’anno sono 61 i detenuti che si sono tolti la vita nelle celle di dura ferraglia. La politica attiva, che ritorna dalle vacanze, dovrebbe essere più accorta e più solerte nell’affrontare finalmente in modo pragmatico e umano una situazione gravemente emergenziale.

In particolare, ha il dovere morale di adottare qualche misura praticabile e razionale per tentare di decongestionare le invivibili e irrespirabili prigioni nostrane, non restando indifferenti alle sollecitazioni e alle doglianze non solo delle associazioni “Nessuno tocchi Caino”, “Antigone” e “Ristretti Orizzonti”, ma anche dei sindacati di Polizia penitenziaria.

Da tempo, Leo Beneduci, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, lamenta le condizioni assurde del carcere di Sollicciano, uno dei peggiori d’Italia, con sovraffollamento pari al 158%. Nelle prigioni del Belpaese, i detenuti (e i detenenti) attraversano un tempo disumano. Ciò è ammissibile in un Paese civile?