di Tiziana Di Masi*
tizianadimasi.it, 15 ottobre 2026
Ieri sono entrata nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova, ospite di Ristretti Orizzonti, l’associazione che coinvolge le persone detenute in una vera redazione giornalistica, dando loro la possibilità di raccontarsi e dialogare con il mondo fuori. Ho partecipato alla riunione di redazione, ho ascoltato, ho parlato con alcuni detenuti. Tre ore dentro. Un pugno allo stomaco. La cosa, fra le tante, che rende insopportabile il carcere? L’attesa. L’attesa del pranzo, della doccia, di una telefonata, di andare in bagno, di uscire dalla cella. L’attesa di un permesso, di una risposta, di sapere quando finirà. In carcere non manca soltanto la libertà.
Manca la possibilità di decidere qualcosa della propria giornata, di organizzare il proprio tempo, di avere un minimo di controllo sulla propria vita. In spazi sovraffollati, con pochissima privacy e convivenza forzata, anche una piccola contrarietà può diventare un conflitto. Sia chiaro: esistono reati, responsabilità e persone che hanno fatto del male. Non dobbiamo dimenticare chi ha subito violenza o ha perso qualcuno. Ma la pena non può diventare una licenza per umiliare, abbandonare o consumare le persone e lasciare qualcuno senza prospettive non rende più sicura la società in cui, prima o poi, tornerà a vivere.
Per questo il volontariato in carcere non è buonismo. È ascolto, responsabilità, relazione e possibilità di reinserimento. A Ristretti Orizzonti ho dedicato un capitolo del mio libro #IOSIAMO già sei anni fa. Il loro lavoro, portato avanti da oltre vent’anni, dimostra che anche in carcere si possono costruire occasioni di confronto e interrogarsi sulle proprie responsabilità e su quelle della società. Da attrice di teatro civile sento il bisogno di entrare nei luoghi, ascoltare e approfondire le contraddizioni che spesso preferiamo non vedere. Ieri sono uscita dal Due Palazzi con tante domande e una convinzione ancora più forte: la civiltà di una società si misura anche da come tratta le persone che ha deciso di privare della libertà. Il resto non è buonismo. È responsabilità.
*Attrice di teatro civile









