di Luca Liverani
Avvenire, 11 marzo 2021
Alessandro Limaccio, da 26 anni in carcere per crimini di mafia (che lui sostiene di non avere mai commesso), si è laureato in Sociologia dietro le sbarre. Così il racconto del suo viaggio attraverso le carceri italiane riapre il dibattito sulla disumanità della "condanna a vita".
Un sociologo detenuto non fa notizia. In carcere cene sono finiti diversi, quando negli "annidi piombo" abbandonavano i libri per la P38. Ma un detenuto che si laurea in Sociologia dietro le sbarre, nel 2017, scegliendo di studiare la condizione dei condannati tra cui vive, è un caso unico. Soprattutto perché il suo studio non prevede una conclusione.
Il sociologo è condannato all'ergastolo. A raccontare questa storia, singolare e drammatica, è il protagonista, Alessandro Limaccio, classe 1971, siciliano di Lentini, nel suo libro "Il Sociologo detenuto - una storia etnografica", edito da H.E. Herald Editore.
A firmare le prefazioni il suo amico Enrico Rufi, di Radio Radicale, e il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Limaccio è condannato all'ergastolo ostativo. Fine pena mai. Da 26 anni in carcere, deve scontare quattro ergastoli per cinque omicidi di mafia. Reati orribili, di cui l'uomo si dichiara innocente. All'epoca dei crimini è un ventenne in una famiglia di piccoli commercianti, estranea agli ambienti criminali. I suoi votano Pci, lui invece da cattolico diventa attivista nella Dc. Il suo mito è Bernardo Mattarella, papà di Piersanti e Sergio. Ma improvvisa lo travolge un'accusa enorme.
I processi, le condanne, il viaggio nelle carceri di Catania, Napoli, Roma. L'amicizia con Enrico Rufi nasce quando Limaccio e altri da Rebibbia gli scrivono una lettera di vicinanza. Rufi è il padre della ragazza italiana che non è tornata dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia del 2016: una meningite l'ha stroncata sulla via del ritorno.
"Nessuno più di chi sconta una lunga pena detentiva - confessa Rufi - è in grado di capire la pena di chi perde per sempre una figlia". Alessandro Limaccio ha perso per sempre la sua di vita, in un processo fondato su dichiarazioni di pentiti. Un clamoroso abbaglio processuale, sostiene. La pensa così anche il suo amico Rufi. Per resistere a un destino soffocante, il sociologo scandisce la sua vita a Rebibbia tra attività fisica, studio, preghiera. Limaccio è un credente convinto. Colpevole o innocente che sia, però, interessa relativamente.
Non per cinismo disumano, ma perché il suo caso - e la sua analisi "da dentro" dell'universo detentivo come nessun sociologo ha mai fatto - riapre il dibattito sulla disumanità della "condanna a vita", pena che confligge col dettato costituzionale.
Quello dell'articolo 27 ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione"), e del 13 ("È punita ogni violenza fisica e morale" sui detenuti). La Costituzione non parla di vendetta di Stato. Ma la condanna a vita non apre a prospettive di vita nuova, solo a disperazione, rabbia e cupa depressione. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha bocciato l'ergastolo ostativo perché viola l'articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo sui trattamenti inumani e degradanti.
Ben prima, nel 1976, Aldo Moro - ricorda il Garante Palma - sosteneva che "la pena perpetua, priva com'è di qualsiasi speranza, prospettiva, sollecitazione al pentimento, appare crudele e disumana non meno della pena di morte". Lo ha detto più volte anche Papa Francesco. Nel 2019 aveva invitato i penalisti a "ripensare sul serio l'ergastolo", affermando che "se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".
Già nel 2014, aveva definito l'ergastolo una "pena di morte nascosta", abolita l'anno prima in Vaticano. E nell'ordinamento italiano? Beccaria nel 1764 si scagliava contro tortura e pena di morte, entrambe abolite nel 1786 - per la prima volta nella storia - nel Granducato di Toscana. Davvero non sono ancora maturi i tempi perché anche il "fine pena mai" scompaia dal codice di procedura penale?











