di Mario Di Vito
Il Manifesto, 20 agosto 2026
A che serve urlare la cronaca nera? Al giorno d’oggi soprattutto a minare la fiducia dei cittadini nello stato di diritto e a creare il terreno per emanare leggi sulla sicurezza. La cronaca nera è bella, anche se fa male. Quantomeno perché i regimi l’hanno sempre vietata o ridotta ai minimi termini. Il Minculpop di Mussolini inviava veline agli organi di stampa per chiedere - imporre - di evitare di parlare troppo dei fatti di sangue e, più in generale, di tutti quei delitti che mettevano in dubbio l’ordine perfetto postulato dal fascismo. In Spagna Francisco Franco “sconsigliava” di diffondere notizie che potessero intaccare “la stabilità” del paese.
Meno di due mesi dopo aver assunto la carica di Führer, Adolf Hilter creò la Reichspressekammer, la camera della stampa del Reich, che stabiliva una serie di Tagesparolen, direttive quotidiane, per impedire che si raccontassero storie potenzialmente in grado di ledere l’onore e la dignità della Germania. In Unione Sovietica pure si parlava poco dei fatti di nera: la Pravda e l’Izvestija la usavano al limite per regolare conti interni agli apparati o per condannare “i residui del passato”.
Ma i fattacci accadono e non esiste alcun posto abbastanza grande perché i mormorii al riguardo possano essere fermati. Il problema - ed è qui che ci facciamo male - arriva quando questi mormorii incontrano un megafono. A che serve urlare la cronaca nera? Al giorno d’oggi soprattutto a minare la fiducia dei cittadini nello stato di diritto e a creare il terreno per emanare leggi sulla sicurezza. In Italia siamo abituati: seguendo l’astrolabio della cronaca il nostro codice penale si è ingrossato di parecchio negli ultimi tempi. Molte leggi sono inutili e inapplicabili, ma i sondaggi tendenzialmente premiano chi le costruisce. Forse raccontare diversamente certe cose potrebbe aiutare a combattere certe derive?
La vicenda di Garlasco è avvenuta nel 2007 ed è tornata di gran moda molto tempo dopo perché tra gli inquirenti di Pavia si è insinuato il pensiero spaventoso che la prima indagine sia stata tutta sbagliata. Quindi ne è stata fatta un’altra, che punta a un altro sospettato. Per gli esiti giudiziari ci sarà tempo. Ora possiamo comunque osservare, analizzare, i tic dell’opinione pubblica, quello che la nera scaturisce nella società.
Forse c’è un innocente in galera, sentiamo ripetere notte e dì a reti e social unificati. La soluzione individuata potrebbe essere quella di sbattercene un altro. Perché è lecito, forse necessario, nutrire dubbi. E però questi dubbi devono essere ragionevoli. Parlando d’altro, su queste pagine, Peppino Di Lello una volta ha scritto: “La verità giudiziaria deve essere convincente e condivisibile: si impongono infatti, un pubblico dibattimento per un controllo democratico del contraddittorio nonché la motivazione della sentenza per un controllo della valutazione delle prove e delle argomentazioni che determinano il verdetto. A ciò consegue il diritto di dissentire da quelle argomentazioni e valutazioni, per evitare che la verità giudiziaria assuma la terribile valenza di una verità immutabile e indiscutibile”. Per dissentire, dunque, occorre raccontare i fatti, la loro genesi, i loro effetti. Quello che hanno attorno. Bisogna ascoltarne il rumore, provare a descriverlo. Il delitto di Garlasco ne ha fatto parecchio di rumore. Continua a farne. Non smette mai. E che rumore fa allora la cronaca nera sul manifesto? Questo.










