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Italia Oggi, 7 luglio 2026

Rispetto al 2022 le presenze sono aumentate di oltre il 52%. Il volume di Antonella Inverno (Save the Children Italia) fotografa il disagio. “Non c’è nessun allarme sulla criminalità giovanile, i numeri parlano chiaro e parlano di presa in carico più che di veri e propri arresti”, così Antonella Inverno che da circa 25 anni si occupa di sfruttamento minorile, migrazioni, lotta alla povertà e alle disuguaglianze, responsabile Ricerca e Dati di Save the Children Italia, che ha scritto “Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti tra disagio, carcere e dissenso” (Treccani)”.

Infatti rispetto al 2022, le presenze negli istituti penali minorili sono aumentate del 52,5%, un sovraffollamento che ha causato un aumento dell’85,7% nei trasferimenti di neomaggiorenni verso le carceri per adulti, interrompendo di fatto i loro percorsi di rieducazione.

Eppure, i dati ufficiali di aprile 2026 dimostrano che ben il 95% dei ragazzi è recluso per reati di media o lieve gravità come furti, risse o spaccio, a conferma del fatto che il vero problema non è un’improvvisa ferocia giovanile, ma una radicata povertà educativa e sociale che la cella, da sola, non può curare. “Oggi in Italia si parla molto di minorenni quando si tratta di fare cronaca nera o di invocare misure punitive, ma non si parla mai abbastanza di cosa accada realmente ai ragazzi che finiscono dentro le carceri. Il rischio è che il sistema penale minorile venga ridotto a un posto dove nascondere i fallimenti della nostra comunità educante, dimenticando che dietro ogni reato c’è una catena di fragilità, solitudini e richieste d’aiuto rimaste invisibili e non ascoltate per troppo tempo”, dice Inverno che spiega come il decreto Caivano sia stato solo una risposta giuridica a un episodio di cronaca.

Nel suo libro infatti Inverno non riporta solo i numeri ma analizza storie tramite interviste a chi opera direttamente con i ragazzi che si trovano “dentro le mura” appunto e ne esce fuori un mondo ancora più complicato: “C’è un aspetto drammatico di cui si parla pochissimo: l’aumento dei ragazzi negli IPM, spinto dalle nuove norme, è avvenuto creando un cortocircuito.

Mandiamo più adolescenti dietro le sbarre, ma dentro non ci sono gli strumenti per accoglierli. Gli educatori, gli psicologi e i mediatori culturali sono pochissimi, stremati e costretti a gestire situazioni di una complessità enorme. Il problema poi non è solo numerico, ma di formazione. Questo vale per gli operatori, ma riguarda da vicino anche gli agenti di Polizia Penitenziaria, che arrivano lì dopo un concorso, ma senza preparazione psicologica o pedagogica. Gestire un adolescente non è come gestire un detenuto adulto: parliamo di ragazzi interrotti, spesso con fortissimi disagi psichici, storie di marginalità estrema o barriere culturali. Se gli agenti non ricevono una formazione specifica, multidisciplinare e di stampo pedagogico, non avranno mai gli strumenti per leggere la fragilità che sta dietro a un comportamento aggressivo. Senza questa preparazione, la reazione inevitabile diventa il puro contenimento fisico o la repressione. Il resto lo leggiamo nei casi di Cronaca sugli IPM”. (riproduzione riservata)