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di Davide Varì

Il Dubbio, 15 settembre 2026

Il ddl richiama la definizione Ihra ma ribadisce la libertà di critica. Condannare il governo israeliano non giustifica l’odio antiebraico. Possiamo denunciare le atrocità del governo israeliano, composto da un manipolo di criminali, e nello stesso tempo condannare le sbandate antisemite che ormai invadono il dibattito pubblico e la “grande cloaca social”? Ebbene sì, si può. Le due cose possono tranquillamente stare insieme: è “concesso” scagliarsi contro le atrocità della banda di Netanyahu e insieme vigilare su una deriva antisemita che è sotto gli occhi di tutti. Del resto, è ampiamente documentato che gli episodi di intolleranza e violenza contro gli ebrei sono esplosi in tutto il mondo.

E dovremmo partire proprio da qui per provare a diradare le nebbie che avvolgono il famigerato ddl antisemitismo. A leggere certe reazioni, infatti, sembrerebbe che il Parlamento voglia introdurre una legge speciale per mettere il bavaglio a chiunque osi criticare Israele. Ma basterebbe dare un’occhiata al testo per scoprire una cosa piuttosto semplice: il ddl non introduce un nuovo reato di antisemitismo né stabilisce una nuova pena per chi critica Israele. Si limita a richiamare la definizione dell’IHRA come riferimento “per individuare e contrastare i fenomeni di antisemitismo” e, soprattutto -casomai ce ne fosse bisogno - ribadisce che “restano ferme la libertà di critica politica e la libertà di espressione”.

Fa però una certa impressione che l’allarme liberticida arrivi proprio da chi, in altre occasioni, non ha considerato un attentato alla libertà il ricorso allo strumento penale per combattere discriminazione e odio: il ddl Zan, tanto per dirne uno. Si può essere favorevoli o contrari a questa espansione del diritto penale. Noi, peraltro, abbiamo sempre guardato con molta diffidenza alla moltiplicazione dei reati d’opinione e all’idea che sia il codice penale a stabilire il perimetro delle opinioni ammissibili e non ammissibili.

Ma proprio per questo colpisce la giravolta di chi ieri considerava perfettamente legittimo ricorrere alla sanzione penale contro determinate manifestazioni di odio, mentre oggi, davanti a un ddl sull’antisemitismo che non introduce un nuovo reato, scopre improvvisamente il pericolo del bavaglio. Senza contare che molti degli indicatori contenuti nella definizione IHRA rappresentano poco più del minimo sindacale, per così dire. Ecco qualche esempio: attribuire agli ebrei, in quanto tali, le responsabilità del governo israeliano; riproporre il mito di un potere ebraico occulto che controllerebbe banche, giornali o governi; negare la Shoah; accusare gli ebrei di una doppia fedeltà; giustificare o invocare violenza contro di loro.

Insomma, l’abc di una società civile. Combattere l’antisemitismo, e aderire agli indicatori dell’IHRA, dunque, non significa obbligare al silenzio su Israele. Si può pretendere che Netanyahu risponda delle proprie responsabilità senza pretendere che un ebreo italiano risponda delle sue azioni. E si può difendere la causa palestinese senza rispolverare la lobby ebraica che governerebbe il mondo, Soros, le doppie fedeltà e tutto il vecchio armamentario antigiudaico. Non è così difficile.