di Carlo Bonini
La Repubblica, 31 ottobre 2019
La famiglia presenta la lista dei testimoni per il processo agli ufficiali dell'Arma: da Gallitelli, Del Sette e Nistri a Trenta e La Russa, ecco chi deporrà. Non è ancora cominciato la prima udienza sarà il 12 novembre - ma il processo a otto ufficiali dei carabinieri per il depistaggio delle indagini sull'omicidio di Stefano Cucchi promette di illuminare la storia non scritta dell'Arma di questi ultimi dieci anni.
E, con lei, il conflitto sordo, senza quartiere, mai neppure dissimulato tra i due comandanti generali che si sono avvicendati tra l'omicidio di Stefano (2009) e il crollo del muro di omertà (2018). Un conflitto che ha spaccato lo Stato maggiore, indotto doppie fedeltà, e oggettivamente contribuito a un contesto refrattario alla verità.
Parliamo del generale Leonardo Gallitelli (comandante dal giugno del 2009 al gennaio del 2015) e del generale Tullio Del Sette (comandante dal gennaio del 2015 al gennaio del 2018). I nomi di entrambi compaiono infatti nella lista dei testimoni di cui viene chiesta la deposizione in aula che la famiglia Cucchi ha depositato ieri nella cancelleria della settima sezione del Tribunale di Roma, di fronte al giudice - Federico Bona Galvagno - di cui, nei giorni scorsi ha per altro chiesto, insieme a tutte le parti civili private, l'astensione per "gravi ragioni di convenienza".
Vale a dire il rapporto di consuetudine e amicizia che lo legherebbe al generale Del Sette e che lo ha visto ripetutamente partecipare, nel tempo, a convegni e manifestazioni organizzate dal Comando generale. In un'apertura di gioco volutamente anticipata e in qualche modo funzionale alla ricerca (non facile) di un giudice sufficientemente sereno e dalle spalle larghe in grado di sostenere la pressione che il processo inevitabilmente produrrà, la famiglia Cucchi e l'avvocato Fabio Anselmo fissano dunque il contesto di un giudizio che, arrivati a questo punto, rischia di contare persino di più di quello che andrà a sentenza il 14 novembre per le responsabilità dell'omicidio di Stefano.
Se è vero infatti - come il pm Giovanni Musarò ha ripetuto più volte - che Stefano è stato ucciso una seconda volta dalle manipolazioni dell'intera catena gerarchica dei carabinieri di Roma nel 2009, e una terza volta dalle omissioni sapienti degli ufficiali dell'Arma che, tra il 2015 e il 2016, avrebbero dovuto dare impulso definitivo alla ricerca di una verità che aveva allora cominciato finalmente a palesarsi, è altrettanto vero che dieci anni di depistaggi non possono essere spiegati come frutto delle mosse infedeli di un generale di brigata, un colonnello, un capitano, un paio di maggiori e qualche maresciallo.
Il processo per depistaggio dovrà infatti rispondere a una domanda cruciale. Come è stato possibile che, in dieci anni, in due diverse occasioni, ufficiali dell'Arma si attivarono per occultare la verità nell'apparente inconsapevolezza del Comando generale, del suo Stato maggiore, dei comandanti che nel tempo si sono avvicendati a Roma.
Per essere ancora più chiari: obbligato per legge alla verità, l'ex comandante Gallitelli, che in dieci anni si è sistematicamente sottratto a qualsiasi interlocuzione o domanda sul caso Cucchi, dovrà finalmente spiegare in che modo gestì la morte di Stefano. Quale fu la sua interlocuzione con l'allora comandante provinciale di Roma e suo delfino, il generale Vittorio Tomasone (oggi generale di corpo d'armata), l'ufficiale da cui gerarchicamente dipendeva l'attuale generale e imputato Alessandro Casarsa.
E quale fu l'interlocuzione del Comando generale con l'allora ministro della difesa Ignazio La Russa (anche lui nella lista testi insieme alla ex ministra Trenta). Allo stesso modo, il generale Del Sette dovrà chiarire per quali ragioni, sotto i suoi occhi e quelli dell'ufficiale che aveva voluto al comando di Roma, Salvatore Luongo, la ricerca della verità venne nuovamente ostacolata. E perché né lui, né il suo predecessore, trovarono mai il coraggio di rompere l'omertà con un gesto trasparente, come quello del nuovo Comandante generale Giovanni Nistri che nel processo ha costituito l'Arma parte civile e, anche lui, indicato ora come testimone.









