sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Annalisa Cuzzocrea

La Stampa, 29 settembre 2024

Il sociologo olandese Hein De Haas: “C’è uno scontro ideologico che perde di vista la realtà. Il problema in Europa non sono i numeri. Gli ucraini erano molti di più dei rifugiati africani. Per l’integrazione è necessaria una vera accoglienza”. Scansare l’ideologia, analizzare i dati, capire cosa sono davvero le migrazioni. Hein de Haas, sociologo olandese, co-fondatore dell’International Migration Institute di Oxford, autore di Migrazioni. La verità oltre le ideologie. Dati alla mano, appena uscito per Einaudi Stile libero, davanti alla scelta su quale sia il principale mito da sfatare, quando si parla di migrazioni, risponde che non sa da dove iniziare. Ma che forse “il più rilevante è quello secondo cui la destra è contro la migrazione e la sinistra a favore”.

Non è così?

“Con il mio team a Oxford ho analizzato 6.500 politiche in tutta Europa e in Nord America cercando di capire se ci fosse una differenza tra i governi di destra e di sinistra, in termini di politiche migratorie, e non abbiamo trovato alcuna differenza significativa. Il che potrebbe sorprendere molte persone perché normalmente associamo la destra, e certamente l’estrema destra, a un atteggiamento duro sulla migrazione: chiusura delle frontiere, trafficanti da fermare. E alla sinistra una narrazione umanitaria, più morbida, di apertura”.

È solo una questione di percezione?

“Si tratta di stereotipi che si riflettono nel linguaggio. Ma è più complicato di così. Perché sia la destra sia la sinistra sono divise al loro interno. Secondo molti conservatori, gli immigrati minacciano l’identità della nostra società, starebbero minando la nostra cultura e religione. Allo stesso tempo però i partiti di destra sono molto influenzati dalle lobby imprenditoriali, che seguono ragioni economiche e hanno interesse ad aprire le frontiere. O anche se non lo fanno, in pratica sono tolleranti nei confronti dello sfruttamento degli immigranti legali e illegali”.

E la sinistra perché è divisa?

“In origine la sinistra era più contraria all’immigrazione della destra, principalmente per via dei sindacati. Gli stranieri erano visti come una minaccia per il lavoratore italiano o tedesco. Si temeva che l’importazione di manodopera a basso costo avrebbe diviso la classe operaia, abbassando i salari e facendo concorrenza sleale. Poi c’è la parte che chiamerei umanitaria e liberale, che affonda nelle radici culturali della sinistra ed è pronta ad accogliere lo straniero, la diversità. Nonostante tutto, però, la narrazione predominante è stata sempre quella che mirava a “fermare le barche”, indipendentemente dal colore politico del governo”.

Il dibattito però è estremamente polarizzato...

“Il problema più grande è proprio questo. Sappiamo così tanto sulla migrazione, c’è così tanta ricerca, un secolo di studi accademici, eppure pochissime di queste informazioni raggiungono le politiche pubbliche. Si tifa pro e contro, si perdono le sfumature. Il campo pro migrazione enfatizza solo quanto sia buona, il campo anti migrazione la trasforma in una minaccia esistenziale. Entrambi esagerano per fare il punto, diventa una questione ideologica, e si perde la vera conoscenza del fenomeno. Ma questo mi porta alla parte più importante del mio libro”.

Qual è?

“La vera domanda è perché negli ultimi 35 anni, da quando si parla di controllo della migrazione nel Mediterraneo e altrove, tutti i politici - nel lungo termine - hanno fallito”.

E come si risponde a questa domanda?

“Osservando come la maggior parte delle politiche costituiscano reazioni rapide al panico generalizzato, e derivino dalla volontà di vincere le prossime elezioni, senza basarsi su una conoscenza di come funziona veramente la migrazione, che è il titolo inglese del libro: How migration really works. Quindi dobbiamo comprendere scientificamente come funziona il processo, e poi possiamo pensare a politiche più efficaci”.

Nel libro i dati mostrano che i migranti non “rubano il lavoro”, invece, colmano la carenza di manodopera...

“Questo è molto evidente in Italia ed è vero per tutto l’Occidente. L’Europa occidentale un tempo era terra di migranti, l’Italia è stata uno dei maggiori Paesi di emigrazione nella storia mondiale. E non solo verso le Americhe, ma anche verso l’Europa del Nord. Questi modelli si sono invertiti dagli anni ‘50 e ‘60, perché gli europei hanno smesso di migrare fuori dal continente e l’Europa è diventata una destinazione. Non si tratta di un fenomeno naturale, è il risultato di una serie di tendenze economiche, sociali e demografiche strutturali che hanno aumentato l’immigrazione in Europa”.

Quali sono queste tendenze?

“La prima è la crescita economica, che ha portato con sé lo stato sociale e ha fatto sì che gli europei non avessero più bisogno di migrare all’estero. Poi però, dagli anni ‘60 e ‘70, è iniziata una carenza di manodopera ulteriormente incoraggiata dall’emancipazione delle donne e dal loro ingresso nel mercato del lavoro. Questo ha fatto sì che molti di quei lavori informali dentro e intorno alla casa, lavori di cura per bambini e anziani, non potessero più essere svolti dal modello della casalinga. La crescente carenza di manodopera in agricoltura, industria e servizi sono state il principale motore dell’immigrazione negli ultimi 30-40 anni e il fatto che l’Italia si sia trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione è guidato da questi profondi cambiamenti economici, demografici e sociali”.

L’immigrazione è arrivata a partire dal nostro bisogno, solo che ora vogliamo fermarla?

“Un altro mito da sfatare è che possa funzionare come un rubinetto che si apre e si chiude. Se aumenti il controllo alle frontiere, i migranti troveranno un’altra strada. Sappiamo che la maggior parte di quelli che lavorano illegalmente in realtà sono arrivati legalmente con un visto e poi sono rimasti. Finché esisterà una domanda di lavoro, e noi lo tollereremo, i migranti continueranno ad arrivare in un modo o nell’altro”.

Non ci sono solo i cosiddetti migranti economici. Lei contesta l’allarme della stessa Onu sul numero di rifugiati...

“I rifugiati rappresentano un fenomeno molto più piccolo di quanto si pensi. Solo il 10% di tutti i migranti nel mondo - quindi lo 0,35% della popolazione mondiale - sono rifugiati, ma naturalmente l’Italia è molto esposta al fenomeno. Il problema in Europa però è soprattutto politico, non di numeri. Gli ucraini erano molto di più dei rifugiati africani, ma non sono stati trattati come un problema. È una questione di volontà politica. Il vero problema è la mancanza di solidarietà tra i Paesi europei, specialmente tra i Paesi del nord e quelli del sud come Grecia e Italia che affrontano maggiori arrivi sulle loro coste. Orbán può essere molto fiero della sua politica zero diritto d’asilo, ma la verità è che sposta il peso sugli altri Paesi perché li lascia passare”.

Altra contestazione: non esiste nessuna invasione...

“La stragrande maggioranza dei migranti arriva legalmente, anche in Italia. Solo che uno vede in televisione i barconi tutti i giorni e si convince che la realtà sia un’altra. Torniamo alle statistiche: di tutti gli africani che partono, 9 su 10 lo fanno legalmente, uno su dieci illegalmente. È sempre un numero significativo, ma non è un’invasione”.

C’è una differenza di accoglienza tra profughi bianchi e profughi neri?

“Anche qui, è complicato. È probabile che l’origine etnica giochi un ruolo, ma nella storia i profughi sono sempre stati accolti bene quando fuggivano da un nemico comune. Negli anni in cui vivevo in Inghilterra, a essere mal visti erano i migranti dell’Est Europa. Negli Stati Uniti lo sono i latinos, che non sono neri e sono cristiani”.

L’Europa che fa patti con Libia e Tunisia rispetta le convenzioni internazionali?

“No. Quello che l’Europa sta facendo è cercare di corrompere gli autocrati. Ed è ironico che per l’Italia sia stato più facile fare un patto con la Tunisia ora che è di nuovo governata da un autocrate, che non si cura degli stupri di massa e delle violazioni dei diritti umani. La verità è che queste persone hanno interesse a lasciare la porta aperta per negoziare il prossimo accordo. E che noi stiamo corrompendo e sostenendo regimi autocratici, aiutandoli a continuare la repressione sui loro popoli. Ci rendiamo vulnerabili, esposti ai loro ricatti, e così facendo miniamo la nostra credibilità come democrazie europee. Esiste da voi l’espressione lacrime da coccodrillo?”.

È identica...

“Il mio problema è l’ipocrisia. I politici vanno in tv a dire “dobbiamo salvare quelle persone, dobbiamo combattere i trafficanti”, ma sono le loro politiche ad aver reso quelle persone dipendenti dai trafficanti. Nei primi anni ‘90 i tunisini non avevano bisogno di visti per l’Italia, i marocchini non avevano bisogno di visti per la Spagna, andavano avanti e indietro. Adesso con i visti per Schengen, i controlli alle frontiere, se vogliono venire devono pagare un trafficante. Esistono a causa delle politiche anti-migranti, il danno collaterale sono le loro sofferenze”.

Nel libro spiega come “aiutiamoli a casa loro” sia una ricetta sbagliata...

“Quando i Paesi poveri del Sud del mondo cominciano a stare meglio, le persone cominciano ad avere le risorse per spostarsi e cercano un posto migliore dove vivere. Per questo l’emigrazione non si ferma finanziando quei Paesi. Anzi, bisogna ribaltare la prospettiva. Non è tanto la povertà, ma la domanda di lavoro che spinge le migrazioni. Ho studiato il caso degli immigrati marocchini in Spagna: sono arrivati in gran numero quando il Paese cresceva, e dopo la crisi del 2008 hanno smesso di venire perché non c’era lavoro e la disoccupazione era alta. Per fermare davvero la migrazione, dovremmo distruggere le economie dei nostri Paesi. Ma non è certo quello che vogliamo”.

La scommessa è l’integrazione...

“Che non può funzionare se non facciamo sentire queste persone benvenute. Se continuiamo a trattarle come una comoda forza lavoro che si prende cura dei nostri anziani, pulisce le nostre case, svolge compiti - nelle cucine dei ristoranti, negli hotel, in agricoltura - che noi non vogliamo più svolgere, ma nonostante questo non ha diritti. I problemi di integrazione nella seconda generazione si creano se un gruppo non si sente accettato, se viene ghettizzato. C’è una bella citazione dello scrittore Max Frisch riferita all’emigrazione italiana in Svizzera, che negli anni 60 era massiccia ed era vista come un problema enorme. Dice questo, e potrebbe essere il titolo di questa intervista: volevamo forza lavoro, sono arrivate persone”.