di Sarah Grieco
Il Manifesto, 5 agosto 2026
A fine maggio nelle carceri italiane erano presenti trenta bambini. Non detenuti, ma reclusi lo stesso, perché vivono dietro le sbarre insieme alle loro madri. Le tabelle del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria raccontano una crescita costante: 25 madri con i figli al seguito:12 italiane e 13 straniere. Un mese prima, al 30 aprile, erano 20 madri e 24 bambini. In trenta giorni se ne sono aggiunti sei. La crescita si legge istituto per istituto. Ad aprile i piccoli erano a Milano San Vittore, Torino Le Vallette, Bollate e all’Icam di Lauro, vicino ad Avellino. A maggio la mappa si allarga: spuntano Castrovillari in Calabria, con una madre straniera e i suoi due figli, poi Perugia e la Giudecca di Venezia. A San Vittore, dove un mese prima i bambini erano otto, a maggio ne restano cinque. Il totale però non cala, perché altrove aumentano.
L’Icam di Lauro, che fino a poco tempo fa risultava inattivo e si diceva destinato a diventare una Rems, è tornato a riempirsi: 13 bambini, il numero più alto d’Italia. Per capire come ci siamo arrivati bisogna tornare alla primavera del 2025. Uno dei tanti decreti sicurezza, il n. 48/2025, ha cambiato una regola che reggeva da anni, dal tempo del Codice Rocco. Prima, una donna incinta o con un figlio sotto l’anno non entrava in carcere: il rinvio della pena era obbligatorio. Ora quel rinvio è facoltativo. Il giudice può negarlo se ritiene che ci sia il rischio di nuovi reati, e in quel caso la pena si sconta in un istituto a custodia attenuata, l’Icam. Sulla carta una struttura più morbida. Di fatto, pur sempre un luogo chiuso dove un bambino non dovrebbe crescere.
La detenzione domiciliare e le case famiglia protette, pensate proprio per risparmiare ai più piccoli l’impatto del carcere, restano una scelta non considerata. Poco usata, poco finanziata. Antigone l’aveva previsto. Nel rapporto Tutto chiuso presentato a maggio, ha evidenziato il rapido incremento dei bambini reclusi, collegandolo proprio alla cancellazione dell’obbligo di rinvio. Qualche magistrato di sorveglianza ha provato a resistere, evidenziando la natura sostanziale e non processuale della norma. A Bologna il giudice ha continuato ad applicare la normativa vecchia, ritenendo che quella nuova, più dura, non possa valere per fatti commessi prima della sua entrata in vigore.
Al dato nazionale si contrappone una scelta regionale. Con un emendamento alla legge regionale n. 245 del 2 gennaio 2026 (che disciplina i servizi e le strutture socioassistenziali), a firma Marta Bonafoni, approvato in VIII Commissione del Consiglio regionale del Lazio, nasce l’art. 5bis “Case famiglia protette”. Il Lazio riconosce ufficialmente queste strutture come parte della rete socioassistenziale regionale. Dà alla Giunta il compito di definire regole aggiuntive e apre alle Asp, le Aziende sanitarie provinciali, la possibilità di gestirle.
Non è una misura simbolica. È l’unico modo - come ha sempre sostenuto la Società della Ragione con la campagna “Madri fuori” - per togliere i bambini dal carcere, senza togliere la pena alle madri: una casa, un asilo, una porta che si apre. Una scelta che, peraltro, risponde anche ad esigenze di bilancio, visto che il costo in casa famiglia per ogni detenuta con figlio al seguito è di circa la metà rispetto a quello in carcere o in Icam. Il decreto sicurezza ha cambiato i numeri, raddoppiando anche la spesa. La rotta si può invertire, come prova fare la regione Lazio. La domanda, ora, è solo una: quanti dei prossimi trenta bambini cresceranno in una casa famiglia protetta e quanti in un Icam o, peggio, dietro le sbarre di un carcere?










