di Susanna Marietti
Left, 18 dicembre 2020
La sicurezza non si garantisce tenendo in galera le donne responsabili di piccoli reati e i loro figli. Eppure sono ben 34 i bambini con meno di 3 anni che vivono in stato di detenzione con le madri. Ecco cosa si potrebbe fare per risolvere questa situazione senza separarli.
Le carceri non sono un luogo sano, per nessuno e in nessuna parte del mondo. Meno che mai possono esserlo per dei bambini. La salute è qualcosa di complesso, che non può ridursi alla semplice assenza di malattia. L'autentico concetto di salute rimanda a un benessere psichico, fisico e sociale complessivo, che abbraccia molti aspetti della vita della persona e certo l'ambiente penitenziario non può garantire a un infante.
Le carceri non sono un luogo sano, tanto meno in tempi di pandemia. Negli Usa alla fine di ottobre si contavano 1.122 morti tra la popolazione detenuta e 42 tra i membri del personale penitenziario. Dei 100 maggiori focolai di tutti gli Stati Uniti, ben 90 si trovavano nelle carceri. La politica statunitense dell'incarcerazione di massa e della severa punizione a ogni costo non si è fermata neanche davanti alla tragedia. In Italia per fortuna le cose sono andate diversamente, ma ciò non significa che non vi siano pericoli e che non sia urgente fare spazio per poter gestire tutte le misure sanitarie e preventive che in questi mesi abbiamo imparato a conoscere.
Oggi in carcere con 53.266 persone detenute vivono anche 34 bambini. All'alba della pandemia, alla fine del mese di febbraio 2020, le persone detenute erano 61.230 e i bambini 59. Tutto ciò per una capienza ufficiale di 50.568 posti, che si riduce di varie migliaia di unità se consideriamo le sezioni in manutenzione e non utilizzate.
Al 9 dicembre sono 1.049 le persone contagiate dal Covid-19, di cui ufficialmente solo 90 sintomatiche (41 di esse sono ricoverate in ospedale). Gli operatori penitenziari positivi al virus sono 853. Non è un caso che non si riscontrino contagi nelle carceri minorili, dove i posti disponibili sono 536 a fronte di 305 presenze. I 34 bambini in carcere al seguito delle loro madri si trovano in 13 strutture in giro per l'Italia. A Torino ve ne sono 5.
Circa un mese fa è uscita la notizia che due bimbi in questo istituto erano positivi al Covid. Se anche nel reparto nido del carcere femminile di Rebibbia a Roma vivono oggi 5 bambini e nell'Icam (Istituto a custodia attenuata per madri) di Lauro in Campania ne vivono 7, in ben 6 istituti (Bologna, Milano San Vittore, Foggia, Lecce, Agrigento e Venezia Giudecca) troviamo un solo bambino. Immaginiamo che la sua giornata sarà ancor più solitaria, ancor meno a misura della sua età, rispetto a quella di chi ha almeno un amichetto con il quale giocare.
Soprattutto in questa fase nella quale il carcere è un luogo ancor più isolato: non si entra e non si esce, o lo si fa con estrema difficoltà. Non verrà nessuno - il papà, la nonna o il volontario di qualche associazione - a prendere quel bambino per portarlo fuori a fare un giro se è bel tempo o a seguire qualche attività.
Negli ultimi decenni, il numero di bambini nelle carceri italiane è oscillato sempre attorno alla cinquantina, vedendo come margini superiori e inferiori della curva gli 83 della metà del 2001 e i 28 della fine del 2014. Quando nel lontano 1975 il legislatore previde nella legge sull'ordinamento penitenziario che la madre detenuta poteva scegliere se portare o meno con sé in carcere il proprio figlio di età inferiore ai tre anni, fece a mio parere una scelta di buon senso.
Ci sono situazioni nelle quali, tristemente, l'ingresso del bambino in carcere assieme alla propria madre è il male minore rispetto alla loro separazione. Io credo che il principio del superiore interesse del fanciullo imponga che gli ordinamenti siano dotati della possibilità di non separare il figlio piccolo dalla propria madre detenuta.
In questo senso, l'auspicio secondo il quale mai più un bambino dovrebbe varcare la soglia di un carcere va valutato in profondità e nella maniera più corretta. Non credo che nessuna delle due soluzioni normative in astratto possibili siano effettivamente perseguibili. Né quella che imporrebbe alla madre detenuta di lasciare il bambino sempre e comunque fuori dal carcere; né l'altra, quella di togliere alla pubblica autorità la possibilità di punire con il carcere una donna con giovane prole, che non sarebbe pensabile di codificare a livello normativo e che configurerebbe una categoria di persone a priori protette per legge.
Quel che si può e si deve fare è lavorare caso per caso alle storie di vita e giudiziarie delle donne che incontrano il carcere. La legge cosiddetta Finocchiaro del 2001, entrata simbolicamente in vigore 1'8 marzo di quell'anno, e le modifiche introdotte dieci anni dopo con la legge 62 del 2011 permettono, insieme alle altre opportunità fornite dall'ordinamento, di trovare strategie virtuose per evitare che donne autrici di piccoli reati frutto del contesto di marginalità sociale di provenienza piuttosto che di radicate scelte criminali debbano scontare la pena in carcere costringendo anche il proprio figlio dentro una cella.
Chi conosce le carceri sa che quando si entra in un istituto o in una sezione femminile si prova, ancor più che in un carcere maschile, una sensazione di indignato stupore nello scoprire che la detenzione è lo strumento che la nostra società sceglie di utilizzare verso coloro che lì si incontrano. Ma possibile che non abbiamo altre idee?
Possibile che categorie di persone così affaticate e vuote di pericolosità sociale vengano messe in galera e abbandonate a sé stesse? Possibile che non siamo stati in grado di affrontare il problema con strumenti sociali piuttosto che di repressione penale? È di pochi giorni fa il racconto del Garante regionale dei diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, che riporta come una giovane donna in detenzione domiciliare con le sue due bambine presso la casa-famiglia protetta di Roma si sia vista rifiutare l'affidamento in prova al servizio sociale a quattro mesi dalla fine della pena. La donna, condannata per piccoli furti, ha sempre tenuto un comportamento irreprensibile durante l'esecuzione penale.
E allora perché il rigetto da parte del Tribunale di sorveglianza? L'affidamento in prova al servizio sociale è una misura alternativa più aperta rispetto alla detenzione domiciliare e decisamente più colma di significato. Invece di dover stare chiusi in casa a fare niente, consente di programmare una giornata piena di senso per il futuro ritorno in società.
Permette di lavorare, di seguire un corso di formazione professionale, di andare a scuola, di recuperare i legami famigliari. Tutto questo sotto lo stretto controllo dei servizi sociali e con la supervisione del magistrato. Nessuna libertà totale, ma semplicemente un modo più ragionevole per scontare quella stessa pena e per poter, nel caso concreto, garantire una vita migliore a due bambine. Ben vengano dunque eventuali miglioramenti delle leggi oggi in vigore.
Ma ben venga soprattutto un cambiamento culturale di fondo, che veda la pena carceraria veramente come misura estrema. Quei 34 bambini che oggi vivono in una cella potrebbero probabilmente uscire ad uno ad uno, con misure diverse e percorsi individualizzati per le loro madri. Il problema dei bambini in cella è figlio del problema più generale di una cultura che guarda al carcere come alla sola punizione possibile e che per tutto il resto grida all'incertezza della pena. La sicurezza non si difende tenendo in galera una donna con piccoli reati e i suoi bambini. Si difende creando per lei un autentico percorso di vita, che le permetta di non tornare a delinquere e di costituire un punto di appoggio materiale ed educativo per i suoi figli.











