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di Viola Giannoli

La Repubblica, 22 agosto 2026

Le reazioni delle strutture terapeutiche all’entrata in vigore della nuova norma: “La riforma non deve essere né celebrata né demonizzata prima di verificarne gli effetti. Deve essere applicata, monitorata e valutata”. Né euforia né depressione. La reazione delle comunità terapeutiche all’entrata in vigore della legge sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a un programma di recupero è cauta. Il principio a cui si ispira la legge - la cura delle persone tossicodipendenti al posto del carcere - è, ovviamente, condiviso e auspicato. E gli interventi arrivati proprio dalle comunità sono stati decisivi per giungere alle correzioni del testo finale. Il tema - spiega ad esempio il Gruppo Abele - è che “le modalità previste dalla legge per realizzarlo lasciano ancora molto a desiderare e richiedono un attento monitoraggio”.

Ma avvisa la SIPaD, cioè la Società italiana patologie da dipendenza, “la riforma non deve essere né celebrata né demonizzata prima ancora di verificarne gli effetti. Deve essere applicata, monitorata e valutata”. E per questo “auspica un confronto istituzionale rigoroso, libero da strumentalizzazioni e fondato sul testo della legge, sulle competenze cliniche e sui dati di applicazione”. Ed evitando al tempo stesso “rappresentazioni secondo cui la nuova normativa determinerebbe, in maniera generalizzata e automatica, l’accesso alla detenzione domiciliare di persone pericolose o appartenenti alla criminalità organizzata”.

La legge n. 140/2026 non introduce alcuna forma di liberazione automatica per le persone tossicodipendenti o alcoldipendenti. L’accesso alla misura presuppone la presentazione di una specifica istanza e richiede una valutazione della condizione di dipendenza, nonché della correlazione tra tale condizione e il reato commesso. L’autorità giudiziaria può accogliere la richiesta esclusivamente qualora ritenga che il programma terapeutico proposto sia concretamente idoneo a favorire il recupero della persona e a ridurre il rischio di commissione di ulteriori reati. E le strutture chiamate a realizzare i programmi terapeutici sono tenute a documentarne l’andamento e a segnalare all’autorità giudiziaria eventuali violazioni o comportamenti incompatibili con il percorso previsto che può essere revocato. Per i reati di maggiore gravità, ricompresi nell’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario, resta fermo il limite di quattro anni.

Se esistono dei rischi, questo non significa, secondo le comunità, che bisogna gettare la spugna. Anzi. “La sicurezza pubblica e la cura delle dipendenze non devono essere considerate obiettivi contrapposti”, spiega ComunItalia, la rete che riunisce ad esempio San Patrignano, Comunità incontro, Comunità Papa Giovanni XXIII. Anzi, “la nuova normativa - sostengono - rappresenta un’opportunità che deve essere accompagnata da una rapida e corretta attuazione. È necessario - proseguono - predisporre senza ritardi gli strumenti organizzativi, le risorse e gli investimenti indispensabili affinché le disposizioni introdotte possano tradursi in percorsi realmente efficaci, controllati e qualificati. Solo attraverso un’applicazione rigorosa della norma, un adeguato sistema di controlli e il coinvolgimento di servizi pubblici e realtà accreditate dotate delle necessarie competenze sarà possibile coniugare efficacemente esigenze di sicurezza, responsabilità individuale, diritto alla cura e prevenzione della recidiva”.

Già, i tempi. Entro 120 giorni dovrà insediarsi la Commissione centrale per elaborare le linee guida della legge, in vigore attualmente solo sulla carta. Con i tempi necessari per il varo dei diversi decreti attuativi che la normativa richiede, spiega il Gruppo Abele, “non avverrà prima del 2027”. Allora inizierà l’iter dell’inserimento in comunità per le 500 persone coperte dal finanziamento previsto per il 2026, quasi 20 milioni. Ha scritto Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo Abele, su Volere la luna, “il numero coincide con la capacità di accoglienza dell’attuale sistema delle comunità, che dispongono in totale di 13.276 posti a livello nazionale, benché quasi tutti occupati. Con un buon accordo tra Stato e Regioni e con un adeguato rifinanziamento annuale si può ipotizzare un piano di sviluppo di accoglienze successive, portato avanti con gradualità, con le dovute garanzie di equità e nel rispetto dei diritti di tutti”.

Ecco il rifinanziamento. Il calcolo di Grosso sulle risorse per trasferire e tenere un anno in comunità tutti i 10mila detenuti dalle carceri nelle comunità terapeutiche promesse dal ministro Carlo Nordio arriva a un investimento di 400 milioni. Ma la cifra arriva facilmente a sfiorare il miliardo se si conta che bisogna aggiungere una seconda annualità essendo improbabile l’affidamento in prova dopo un periodo così breve in comunità.