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di Luigi Ferrannini e Gianfranco Nuvoli*


Avvenire , 28 gennaio 2020

 

Caro direttore, le scriviamo in seguito all'articolo pubblicato il 21 gennaio su "Popotus", il supplemento che offre a misura di bambino temi e notizie da giornale degli adulti, sul tema "Anziani in prigione. Uscire, perché?". E lo facciamo da medici e componenti del Comitato direttivo dell'Associazione italiana di psicogeriatria.

È questo un tema del quale l'Aip si occupa da tempo, non solo nella costruzione di un quadro reale del problema - sotto il profilo epidemiologico, clinico e giuridico - anche in collaborazione con Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia, ma soprattutto nella ricerca di soluzioni reali, e soprattutto rispettose dei bisogni socio- sanitari, oltre che dei diritti (alla cura, alla inclusione sociale e alla cittadinanza) e delle necessarie tutele degli anziani- rei coinvolti.

Il lavoro dell'Aip si inserisce in una peculiare attenzione sul problema a livello mondiale, che ha portato a condividere riflessioni ed esperienze locali. L'intento della nostra società scientifica è quello di favorire la sua conoscenza, al fine di affrontarlo con i migliori strumenti clinici ed organizzativi, mettendo a disposizione il patrimonio di conoscenze ed esperienze diffuse, che è da tempo in crescita.

Mancando in Italia dati sufficienti a descrivere la problematica (soprattutto nei suoi aspetti sanitari), si è ritenuto preliminarmente indispensabile realizzare una descrizione del fenomeno attuale, una "fotografia" dello stato della problematica a livello italiano. Per quanto riguarda gli aspetti giuridici e strettamente penitenziari si è fatto riferimento ai dati pubblicati con regolarità dal Dap, che risultano aggiornati e approfonditi. Gli aspetti sanitari, certamente più complessi da rilevare, sono oggetto di studio per una successiva parte della ricerca.

E comprensibile la preoccupazione e lapaura di queste persone che, se al momento della scarcerazione non hanno riferimenti reali sul territorio (famiglia, amici, possibilità abitative...), temono una solitudine e un isolamento tali da non dare più senso alla vita.

Quindi grande importanza rivestono, non solo le associazioni di volontariato e di accoglienza, ma anche la attivazione di una rete di servizi sociosanitari diffusa ed attiva, con forme di accoglienza ad intensità assistenziale differenziata, a seconda delle necessità di supporto della persona: in questo senso diventano fondamentali le strutture tipo alloggi protetti, comunità alloggio e le forme di co-housing, rispetto alle tradizionali strutture residenziali (Rsa), che stanno diventando sempre più spesso luoghi senza tempo, cioè "non luoghi".

E allora il problema non si può risolvere, a nostro avviso, con altre forme, forse più invalidanti nel corpo e nella mente, di "detenzione attenuata", come l'inserimento nelle cosiddette "Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" (Rems), ricordate peraltro nell'articolo dal Garante dei detenuti di Roma, dove l'anziano si trova a vivere con persone di ogni età- dai giovanissimi ai meno giovani - che hanno commesso un reato anche grave, ma sono stati giudicati non imputabili per la presenza di un disturbo psichiatrico, e con i quali non può certo ritrovare senso e speranza per la sua vita, ma più frequentemente diventa piuttosto oggetto di stigma e di esclusione dal contesto sociale.

Si tratta quindi di investire su nuove forme di socialità ed accoglienza, in grado di coniugare esigenze di cura e di tutela con il rispetto dei diritti di cittadinanza, anche attraverso programmi di impegno/ inclusione sociale e di volontariato. E questo un compito della società e dei tecnici, che non può essere disatteso senza creare nuovi rischi e nuove sofferenze per chi ha già pagato in vari modi per i suoi errori.

 

*Associazione Italiana di Psicogeriatria