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di Antonio Mattone

Il Mattino, 21 agosto 2025

La clamorosa evasione di due detenuti dal penitenziario di Poggioreale ha alimentato la discussione sulle condizioni e sulle criticità delle carceri italiane. Un dibattito che si apre puntualmente nei giorni di caldo afoso, e che quest’anno ha visto anche il contributo del detenuto “eccellente” Gianni Alemanno, già ministro nel Governo Berlusconi ed ex sindaco di Roma, che ha saputo descrivere efficacemente la durezza della vita all’interno delle celle. Inoltre, giorni addietro c’è stata la polemica sulle dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha contestato la correlazione tra il numero di suicidi, dall’inizio del 2025 arrivati a quota 55, e il sovraffollamento all’interno degli istituti di pena, dove sono presenti quasi 16mila detenuti in più rispetto ai posti disponibili.

Che la situazione nelle carceri italiane sia difficile e allarmante, appare abbastanza evidente. Soprattutto in alcuni penitenziari. Basta parlare con chi ci lavora o con chi ne è rinchiuso per scontare una condanna, per rendersene conto. Il carcere di Poggioreale è sicuramente tra quelli più problematici, soprattutto per le condizioni di estremo degrado strutturale, per il deficit di personale (una carenza di organico di oltre 150 agenti, per non parlare di medici, infermieri, psicologi e psichiatri) e per il numero di persone recluse: 2100 su una capienza di 1624. E la situazione viene aggravata dalla chiusura per lavori di ristrutturazione di un intero padiglione, e della metà di un altro reparto.

Tuttavia, per cercare di affrontare e comprendere la criticità del sistema carcerario italiano, bisogna rendersi conto della grande complessità dei problemi del pianeta carcere. Non ci sono ricette facili né si può colpevolizzare chi ci lavora, a volte con fatica e sacrifici. Ad esempio, solo per parlare di una delle soluzioni che di tanto in tanto vengono proposte, è velleitario pensare di costruire nuove carceri senza fare i conti con la mancanza cronica di personale: se c’è difficoltà a coprire i posti necessari per far funzionare gli istituti attualmente aperti, come si può pensare di poterne realizzarne di nuovi con lo stesso organico?

La vicenda dei due detenuti evasi, e immediatamente riarrestati dalla polizia penitenziaria, apre un altro fronte, quello della presenza degli stranieri. A chi ha conosciuto il ragazzo siriano di 23 anni fuggito da Poggioreale, etichettato dalla cronaca come un rapinatore, è sembrato essenzialmente un ragazzo di estrema fragilità. Viveva in un paese ai confini con la Turchia ed è scappato a piedi fino a giungere in Italia. Quando gli è stato chiesto della sua famiglia gli sono scesi due lacrimoni: erano tutti morti, uccisi in quell’infinita guerra civile che insanguina la Siria dal 2011. Arrivato nel nostro Paese, senza riferimenti e legami, ha vissuto per strada dove ha iniziato a drogarsi e a compiere gesti di autolesionismo, quasi a volersi lasciare andare. Poi le rapine per avere qualche soldo ed è così finito in carcere.

Qui, al momento dell’ingresso, non ha reso nota la sua tossicodipendenza, probabilmente non ha compreso che con quella dichiarazione avrebbe potuto essere seguito ed aiutato dal Serd di Poggioreale, forse il servizio più efficiente e funzionante all’interno dell’istituto.

Per chi è straniero, la mancanza dei mediatori culturali al momento del colloquio con l’avvocato, così come è avvenuto per il ragazzo siriano, è un grande problema, perché nega la possibilità di una completa elaborazione della strategia difensiva.

Per questi detenuti le attività rieducative sono quasi nulle, mancano prospettive e c’è poco lavoro all’interno degli istituti. Molti non parlano l’italiano e non riescono a comunicare con il personale. Trascorrono 22 ore in cella senza far niente ed alla fine può succedere che danno sfogo alla rabbia con gesti violenti e inconsulti.

Anche la condizione dei carcerati malati è molto difficile. Sottoposti a tempi di attesa infiniti per ricoveri ed esami diagnostici importanti, vedono scorrere il tempo senza che nulla accada. E poi, quando arriva il giorno fatidico della visita, può succedere che manca la scorta che dovrebbe accompagnarli in ospedale e i detenuti restano in carcere. Non è vero che la difficoltà di curarsi è uguale per chi è libero e per chi non lo è.

 Nella recente visita a Poggioreale, il Capo dipartimento ha auspicato l’utilizzo di una TAC per risparmiare costi all’amministrazione e sofferenze ai detenuti. Una proposta che speriamo possa concretizzarsi in tempi brevi.

Oggi la politica appare disinteressata al destino dei carcerati. E in fondo, a parte alcune eccezioni, lo è sempre stata. Attualmente sono i partiti di sinistra a chiedere misure per rendere il carcere più umano, ed è giusto che lo facciano. Ma non dobbiamo dimenticare la grande occasione persa quando, alla vigilia delle elezioni politiche del 2018, per motivi di opportunismo, il Pd non approvò la Riforma frutto della discussione degli Stati Generali, pur avendo i numeri necessari.

Forse è giunto il tempo di fare scelte nuove e coraggiose. Ci sarebbe bisogno non di carceri nuove, ma di nuove carceri e di un sistema di trattamento che possa incidere con efficacia sui detenuti. Si avrebbe così anche un tornaconto perché rieducare, laddove possibile, significherebbe avere meno criminalità nelle città.