di Annapaola Laldi
aduc.it, 11 novembre 2025
Ho appena finito di leggere Ogni carcere è un’isola di Daria Bignardi, in cui l’autrice, che dal 1997 frequenta le carceri per partecipare alle attività culturali che vi si svolgono, sostiene e sottolinea l’importanza di appoggiare i detenuti che vogliono imparare un lavoro, prendere un diploma o una laurea, oppure desiderano svolgere altre attività culturali (giornalismo, arti, teatro), perché solo in questo modo, una volta scontata la pena, queste persone potranno sottrarsi al rischio di una recidiva. Non sono solo speranze; le statistiche parlano chiaro.
Un carcere che consente queste attività è dunque un carcere aperto ai volontari come lo è Daria Bignardi - persone che possono portare le proprie competenze nei diversi settori; un carcere, inoltre, in cui si realizza l’articolo 27 della nostra Costituzione repubblicana, al cui terzo comma si afferma che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Ed ecco che, appena chiuso questo libro, che mi ha dato molto da riflettere, vengo a conoscenza che, in data 21 ottobre u.s., il Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) ha diramato la circolare numero 0454011.U, a firma di Ernesto Napolillo, che accentra a questo stesso Dipartimento la competenza a concedere autorizzazioni per tutti gli eventi trattamentali negli istituti con circuiti ad alta sicurezza, impone richieste dettagliate con largo anticipo, senza tempi certi di risposta.
Immediata la reazione dei Garanti dei detenuti e dei Magistrati di sorveglianza. Molto ben strutturata la critica contenuta nel comunicato dei Magistrati di sorveglianza (CONAMS), in cui si “esprime a riguardo grande preoccupazione, atteso che la nuova modalità individuata, imponendo un forte livello di centralizzazione, rischia di compromettere molti dei progetti faticosamente portati avanti da cooperative, associazioni, mondo dell’educazione e di tutto il Terzo settore”. Dopo aver illustrato come queste disposizioni ministeriali riguarderanno la maggior parte degli istituti penitenziari, il comunicato prosegue così:
“Vista la drammatica situazione in cui versano gli Istituti penitenziari, ove il sovraffollamento non accenna a diminuire e la strutturale carenza di attività trattamentali rende più penosa e isolante la carcerazione, la scelta adottata dal Dipartimento rischia di consegnarci un carcere dove le occasioni di confronto con l’esterno, le opportunità di formazione e le possibilità di crescita culturale in favore dei detenuti saranno sempre meno. Viene peraltro svilito il ruolo dei Direttori d’Istituto, per i quali sarà ancor più complesso riuscire a realizzare le attività previste dalla programmazione annuale, frutto della loro diretta conoscenza dei singoli istituti e del territorio su cui insistono, nonché di uno stretto lavoro di collaborazione con il Terzo settore. Tutto ciò ci consegna un deciso arretramento rispetto al modello di esecuzione penale che l’ordinamento penitenziario, proprio nell’anno del suo cinquantenario, aveva immaginato e previsto” (grassetto redazionale). La conclusione è che “si auspica un’interlocuzione con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, che possa riportare nell’alveo del ragionevole bilanciamento tra sicurezza e risocializzazione lo svolgimento delle attività trattamentali negli istituti di pena”.
Mi potrei anche fermare qui, perché la situazione risulta ben chiara. Ma c’è dell’altro, c’è qualcosa che va oltre il confronto tra DAP, Magistrati di Sorveglianza e Garanti dei detenuti. Sono infatti immediatamente intervenute sull’argomento alcune persone che sono state private dei loro cari a causa “delle azioni terroristiche, della lotta armata e della criminalità organizzata”, scrivendo una lettera al ministro Nordio, in cui affermano di guardare “con notevole perplessità e sofferenza personale alle norme restrittive recentemente introdotte nelle carceri italiane”. E’ bene sottolineare che loro, che hanno sofferto per l’assassinio dei loro cari, dichiarano oggi di sentire sofferenza per l’inasprimento della vita carceraria degli autori di questi delitti. E’ qualcosa di davvero notevole, e, leggendo la lettera, si scoprirà che a ispirarla non è un sentimento pio, bensì tutta una serie di ragioni molto precise, razionali, sperimentate.
La persona forse più famosa di questo gruppo è Maria Agnese Moro, figlia di Aldo Moro (sequestrato dalle Brigate Rosso, dopo la strage della sua scorta, il 16 marzo 1978 e fatto ritrovare assassinato il 9 maggio successivo), ma con lei si firmano anche Giovanni Bachelet, Fiammetta Borsellino, Marisa Fiorani, Silvia Giralucci, Manlio Milani, Lucia Montanino, Giovanni Ricci, Sabina Rossa, Paolo Setti Carraro.
Essendo una lettera bene articolata ed estremamente chiara, non ha bisogno di commenti ulteriori. Eccola dunque qui di seguito, come la pubblica il sito “Nuova Resistenza” (il grassetto è nel testo)
“Gentile signor ministro della Giustizia, noi familiari di vittime delle azioni terroristiche, della lotta armata e della criminalità organizzata, da tempo impegnati in attività volte a realizzare il dettato Costituzionale di favorire la rieducazione dei detenuti”, (...) “guardiamo con notevole perplessità e sofferenza personale alle norme restrittive recentemente introdotte nelle carceri italiane.
Consci del fatto che il ripensamento del proprio passato criminale molto raramente è frutto di un’improvvisa “illuminazione”, essendo più spesso il risultato di una contaminazione culturale, emotiva e relazionale, che supera le barriere fisiche tra il mondo esterno ed interno alle carceri;
consapevoli che anche la semplice partecipazione a incontri e confronti con il mondo esterno rappresenta per i detenuti coinvolti una iniziale rottura verso il passato, esponendoli ai rischi e pericoli di emarginazione ben noti a chi frequenta le carceri; convinti che il cambiamento di valori richieda costanti, faticosi, lunghi e dolorosi processi di revisione critica del proprio vissuto, di assunzione di responsabilità molteplici e di emancipazione emotiva e culturale dal passato; consapevoli che il riconoscimento reciproco dell’uomo detenuto e della vittima costituisce il presupposto di un fecondo rapporto di relazione trasformativa; essendo testimoni dei cambiamenti indotti da queste frequentazioni anche nella relazione dei detenuti con l’autorità rappresentata dal personale di custodia; avendo constatato di persona l’importanza e la ricchezza dei confronti tra detenuti e studenti nel processo rieducativo, poiché questi ultimi spesso rappresentano il volto dei loro figli; avendo altresì constatato il valore sociale, psicologico e morale di questi incontri, al fine di prevenire il bullismo e derive criminali negli adolescenti, convinti che un cambiamento, una emancipazione ed una nuova scelta di campo sia possibile anche per chi ha commesso delitti particolarmente gravi; avendo sperimentato personalmente come questi incontri aiutino anche noi vittime della violenza a vivere le ferite del passato in modo diverso; consapevoli che la sicurezza della società dipende dalla qualità della cittadinanza di chi esce dal carcere; guardiamo con notevole perplessità e sofferenza personale alle norme restrittive recentemente introdotte nelle carceri italiane volte a irrigidire, limitare e contingentare queste feconde attività di relazione tra detenuti e cittadini, in particolare laddove queste vengono obbligatoriamente sottoposte ad una impersonale e spesso soffocante centralizzazione burocratica”.











