di Nicola Boscoletto*
Corriere della Sera, 3 novembre 2026
La legge Smuraglia non può essere ridotta a merce a basso costo. I benefici ad oggi hanno permesso l’inserimento di persone svantaggiate e la creazione di tantissime nuove opportunità lavorative per figure professionali dedicate, in particolare tantissimi giovani. Detenuti e lavoro: le agevolazioni non devono creare sfruttamento ma lavoro equo (e sicurezza per tutti). Serve un po’ di chiarezza sulla Legge Smuraglia o meglio sulla sua natura. Oggi il messaggio più diffuso che viene trasmesso (convegni, articoli, stampa di opuscoli, etc.) è quello della possibilità di usufruire della forza lavoro delle persone detenute a condizioni agevolate. Viene sbandierato a destra e a manca l’importante credito d’imposta accompagnato dalla quasi totale decontribuzione. Detto in maniera un po’ più grezza, ma effettivamente percepita: manodopera a basso costo. In questo modo però viene tradita la vera natura della legge.
I benefici per chi assume persone detenute non sono stati pensati in alcun modo per abbassare il prezzo della manodopera e poter guadagnare di più o per poter uscire nel mercato con prezzi più bassi creando una concorrenza sleale, tra l’altro vietata per legge. La ratio della legge era quella di aiutare le cooperative sociali e le imprese a sostenere i maggiori costi che inevitabilmente ne derivano dal prendersi “amorevolmente cura” del percorso di reinserimento delle persone detenute. Per esempio, il rapporto con l’amministrazione penitenziaria, con l’area educativa del carcere, con gli assistenti sociali dell’Uepe, con gli psicologi, con il Sert o con il Csm: sono tutti costi a cui un’impresa normale non può far fronte e di cui quasi mai ha le competenze. Serve una cultura dell’accoglienza e dell’accompagnamento senza della quale si finisce per alzare le mani e arrendersi. Non a caso il tasso di abbandono annuo delle imprese che si affacciano al lavoro penitenziario raggiunge livelli del 50%.
Le agevolazioni della legge Smuraglia come d’altronde quelle della legge 381/91 relative all’inserimento di tutte le persone svantaggiate erano pensate per permettere a chi si impegnava ad assumere persone in difficoltà (art. 4 L. 381/91) di potersi attrezzare assumendo figure professionalmente preparate e adeguate per poter seguire questi percorsi. Una legge i cui benefici hanno creato in questi decenni un doppio vantaggio: da una parte l’inserimento di persone svantaggiate e dall’altra la creazione di tantissime nuove opportunità lavorative per figure professionali dedicate, in particolare tantissimi giovani. In una parola un investimento e non una spesa a perdere.
Qualcuno pensa, e pensa male, che la soluzione ad un problema serio e profondo come il recupero delle persone detenute possa essere quella di mettere assieme due fattori che solo nella fantasia possono stare assieme nel mondo del carcere. Quali sono questi due fattori? Il primo riguarda le oltre 66 mila persone detenute (quasi tutte malate e plurisvantaggiate): e cioè il pensiero che, essendo per la quasi totalità impegnate a far niente o quasi, basti proporle alle aziende come manodopera a basso costo. Il secondo fattore è la fame a livello nazionale di manodopera da parte di quasi tutti i settori produttivi. Metti assieme domanda e offerta (la scoperta dell’acqua calda) per di più a prezzi agevolati ed è bingo. Peccato che nel caso specifico l’incrocio di questi due fattori non funzioni, anzi succede che uno più uno, quando va bene, faccia zero.
La legge Smuraglia, pertanto, non può essere ridotta a merce a basso costo. Quello che Papa Francesco aveva definito “lo sfruttamento delle nuove povertà”. Mercificare, cioè trasformare uno strumento di riscatto umano e lavorativo in una semplice convenienza economica, lo svuota di tutta la sua potenzialità. Il mio è un giudizio volutamente duro e preciso che rispecchia una gran parte della realtà, quella dei grandi slogan, dei mega progetti e protocolli del Ministero della Giustizia, del Dap e a ruota del Cnel. Per fortuna che esiste ancora (non sappiamo per quanto ancora) anche una piccola e silenziosa realtà fatta da chi da decenni ininterrottamente, senza tanto clamore, porta avanti con dedizione e amore un lavoro quotidiano, realtà fatta dal mondo delle imprese sociali e più in generale dalla massiccia presenza del Terzo Settore. Vi lascio con una frase che ho sentito e che mi ha particolarmente colpito alla ventiseiesima edizione delle Giornate di Bertinoro dal titolo ImmaginAzioni. È una frase di Lev Tolstoj: “Se senti il dolore sei vivo, se senti il dolore dell’altro sei umano”. Questo è quello di cui abbiamo più bisogno: umanità, quella vera, semplice e di tutti e per tutti. Basta slogan.
*Cooperativa Giotto









