di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 novembre 2025
Intervista a Francesco Maisto, memoria storica dell’organismo oggi sotto attacco governativo. A Roma un convegno di Antigone. “In questi ultimi anni c’è stato un ricambio notevole dei Garanti, spesso di nomina politica e non per competenza. Va costruito un policentrismo istituzionale di controllo”. Affidare al solo Garante della privacy il meccanismo di monitoraggio dei diritti fondamentali durante gli accertamenti e le procedure di frontiera richiesto dal Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, escludendo il Garante nazionale delle persone private di libertà personale (Gnpl), “mostra un obiettivo politico ma anche una ignoranza delle leggi”.
Ad affermarlo è Francesco Maisto, ex magistrato di sorveglianza, Garante dei detenuti di Milano per due mandati, prolifico saggista e, come riassume egli stesso, uno dei pochi giuristi testimone diretto dei “50 anni che l’ordinamento penitenziario ha appena compiuto”.
Questa decisione (sviluppata in quattro pagine di capitolato tecnico) del governo Meloni contribuisce allo svilimento del Gnpl perseguito fin dall’inizio?
In base alle normative internazionali e per la legge istitutiva del Gnpl, questa autorità non è soltanto a garanzia dei detenuti, ma di tutte le persone ristrette nella libertà personale, che sia nelle caserme, nei centri per migranti, nelle Rsa degli anziani o nei reparti di psichiatria. Mentre il Garante della privacy ha competenza sui dati personali sia delle persone libere che recluse. Ora le competenze delle due authority vanno coordinate e non è possibile prevedere un’esclusione per legge delle une o delle altre.
Anche se, secondo il governo, migranti e asylanten sono solo limitati nella circolazione e non della libertà?
Se la limitazione è per provvedimento giudiziario o amministrativo, la competenza è del Gnpl. Mi sembra che questa manovra politica nasconda la preoccupazione per gli orientamenti attuali e futuri del Garante nazionale.
Eppure nessun altro collegio nazionale è mai stato così poco incline a fare le pulci ai piani governativi. Malgrado l’istituzione del Gnpl non sia stata una conquista facile. Ce la racconta?
È avvenuta con molto ritardo, nel 2013, per effetto della sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti umani che impose (all’allora governo Letta, ndr) questa figura come uno dei rimedi compensatori per evitare altre sanzioni. Mauro Palma venne nominato nel 2016 (a Palazzo Chigi sedeva Renzi, ndr). Ma era una figura prevista dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1991, per applicazione del National preventive mechanism. E quindi, prima del 2013, furono le città a istituire i garanti territoriali; la prima fu Roma che nel 2003 nominò Luigi Manconi. Poi venne il Lazio con Angiolo Marroni e via via gli altri. Solo nel 2008 una modifica dell’articolo 67 della legge penitenziaria introdusse i Garanti territoriali. Successivamente la loro competenza venne ampliata con una modifica del Testo unico sull’immigrazione. Oltre alle norme di primo grado poi ci sono anche le leggi regionali e le delibere comunali che completano il quadro normativo di riferimento dei Garanti. Per questo ci sono Garanti territoriali che hanno competenze molto ampie, come a Milano, o molto ristrette come per esempio a Pordenone o a Reggio Emilia.
Oggi sono 79 i Garanti territoriali, e tre quelli del collegio nazionale. Quasi tutti si riuniranno la prossima settimana a Roma in un convegno organizzato dall’associazione Antigone dal titolo “Garanti. 1997-2025. Da quando Antigone propose l’istituzione dei Garanti alla necessità odierna di nuove prospettive”. Qual è l’urgenza di questo convegno?
Innanzitutto va ricordato che a Padova nel 1997 Antigone promosse un convegno per chiedere l’applicazione della Convenzione Onu quando in Italia non ne parlava proprio nessuno. E c’era disorientamento riguardo alla conformazione e alle modalità di nomina, se seguire il profilo tipicamente anglosassone o trovare una via italiana. Poi nel 2008 Antigone istituì il primo Difensore civico delle persone private di libertà: Stefano Anastasia. In questi ultimi anni c’è stato un ricambio notevole dei Garanti, spesso di nomina politica e non per competenza. Il senso del convegno è di richiamare l’ispirazione originaria della figura perché molto probabilmente non c’è omogeneità di vedute, anche per mancanza di conoscenza di tutte le finalità e i compiti dei Garanti territoriali. Ritrovare un’omogeneità di intenti non è un fatto politico ma attiene alle stesse previsioni di legge. E va ritrovata la coscienza critica verso le amministrazioni. E verso anche la magistratura di sorveglianza. Bisogna costruire un policentrismo istituzionale di controllo: non soltanto giudiziario attraverso la magistratura, non soltanto politico attraverso l’attività ispettiva delegata ai parlamentari e ai consiglieri regionali, ma anche agito da figure di garanzia previste a livello territoriale.
Il caso della circolare del Dap che con un eccesso di burocrazia di fatto blocca ogni evento trattamentale in carcere (dove si registra il 70esimo suicidio) è arrivato alla Camera con un’interrogazione dell’opposizione. E il ministro Nordio starebbe valutando un mezzo passo indietro. Cosa ne pensa?
È una circolare contraria al testo ed allo spirito della legge penitenziaria. Tradisce 50 anni di impegno per la civilizzazione delle carceri, di impegni per la tutela dei diritti delle persone ristrette ed è riduttiva della funzione rieducativa delle pene. Va disapplicata.









