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di Martina Ciai

La Repubblica, 20 aprile 2026

Detenuti, il ritorno al sistema chiuso: trasferimenti improvvisi e interruzioni dei cicli educativi. L’accusa di Ristretti Orizzonti in una lettera aperta: gli spostamenti e l’isolamento vanificano la delicata e complessa funzione rieducativa. Il portale di Ristretti Orizzonti ha pubblicato una lettera aperta, assieme al Coordinamento Carcere Due Palazzi, indirizzata al ministro della Giustizia Carlo Nordio e ai vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), per denunciare gli effetti della riorganizzazione dei circuiti di Alta Sicurezza: trasferimenti improvvisi, interruzione dei percorsi trattamentali e un progressivo ritorno a un sistema chiuso che ignora le dimensioni rieducative.

Prevale la logica securitaria e organizzativa. Non è solo una presa di posizione, ma un atto d’accusa contro una scelta che, secondo chi lavora da decenni dentro il carcere, rischia di smontare uno dei pochi modelli funzionanti di reinserimento in Italia. Nel mirino c’è l’impostazione del Dap, accusata di privilegiare una logica organizzativa e securitaria rispetto alla funzione costituzionale della pena.

La promessa di continuità dei percorsi è smentita dai fatti. Detenuti che lavoravano, studiavano, partecipavano a progetti con scuole e università si ritrovano dopo il trasferimento in contesti nuovi, poveri di attività, privati di socialità e cultura. Le loro parole, raccolte in queste settimane, parlano di “deserto”, di “binari morti”, di “fatica a continuare a vivere”, in quello che sembra un ritorno indietro di decenni.

Svuotato nei fatti il principio sancito dall’Articolo 27 della Costituzione. La denuncia è precisa: non si tratta di inevitabili disagi legati a trasferimenti, ma di una scelta che rompe il principio di progressione trattamentale. Spostare persone dopo anni, talvolta decenni, senza valutare la possibilità di declassificazione significa - secondo l’associazione - svuotare nei fatti il principio sancito dall’Articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Il carcere, così, torna a essere luogo di mera custodia, dove la pena si irrigidisce e perde ogni prospettiva di reinserimento.

L’esperienza positiva di Padova. A rendere ancora più dura la critica è l’esperienza concreta di Padova, indicata come uno dei pochi contesti in cui l’Alta Sicurezza aveva smesso di essere un circuito chiuso. Il contatto con l’esterno, soprattutto attraverso i progetti con le scuole, aveva prodotto un doppio effetto: da un lato trasformare i detenuti, dall’altro smontare tra i giovani il mito della criminalità. Interrompere questi percorsi, sostiene la lettera, non è da poco: significa rinunciare ad uno strumento di prevenzione sociale già verificato sul campo.

La continuità nello stesso carcere stabilisce un fragile equilibrio che salta. A fianco alla dimensione giuridica si affianca quella più invisibile e profondamente umana: per molti detenuti gli anni trascorsi nello stesso istituto non sono solo tempo scontato, ma relazioni costruite, abitudini, percorsi condivisi con altri detenuti e operatori. In questo contesto si stabilisce un fragile equilibrio nel carcere. Essere trasferiti significa perdere tutto questo: uno sradicamento che non è solo logistico, ma emotivo, che provoca crisi e rischia di cancellare ogni passo avanti.

L’esempio eloquente di Pietro Marinaro. Il riferimento a casi estremi, come quello di Pietro Marinaro, morto dopo un trasferimento improvviso, non viene usato come episodio isolato ma come simbolo di una frattura più profonda tra istituzioni e realtà carceraria. Una frattura che, secondo i firmatari, rischia di eliminare anche i risultati raggiunti grazie al lavoro congiunto di operatori, volontari e detenuti.

La tendenza a isolare i “cattivi per sempre”. Per questo la richiesta è chiara: fermare una riorganizzazione che crea “isole di cattivi per sempre” e riaprire invece la strada alle declassificazioni, valutando i percorsi individuali. Non una concessione, ma il riconoscimento di un principio: che il cambiamento è possibile e che lo Stato, quando lo produce, non può poi ignorarlo. In gioco, più che un modello organizzativo, c’è l’idea stessa di giustizia penale: se il carcere rinuncia a trasformare, avverte Ristretti Orizzonti, resta solo la punizione e con essa, inevitabilmente, il fallimento.