di Luca Cereda
Avvenire, 15 luglio 2022
A ben guardare sembra che per l’Italia le vite dei detenuti ti siano “vite di scarto”, in contrapposizione a quelle più degne di chi sta fuori dal carcere.
È una sensazione che restituiscono anche i numeri, di solito freddi, ma che quando si parla di carcere dicono molto più del semplice dato: le carceri italiane sono tornate ad essere sovraffollate. Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma, nella sua relazione al Parlamento ha parlato di 53.793 detenuti in cella, a fronte di meno di 47mila posti disponibili: “I numeri dicono tanto, ma non tutto. Il sovraffollamento avviene in carceri costruite nel ‘900, questo rende impossibile la “sorveglianza dinamica”, modello che tiene i detenuti sempre fuori dalla cella per svolgere le attività rieducative o per lavorare”, spiega Ornella Favero, fondatrice e direttrice della rivista Ristretti Orizzonti e guida della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia.
Questa “ricetta” funziona eccome: nel carcere milanese di Bollate, la recidiva è abbattuta al 18% contro la media nazionale che è oltre al 70. Questo rende la pena, di fatto, incostituzionale perché non punta alla rieducazione del condannato. “Molte carceri dalle 15 sono deserte - aggiunge Favero. Questo crea una situazione che ha del paradossale: le poche attività educative o lavorative presenti, si “contendono” i detenuti poiché vengono proposte nella stessa fascia oraria”.
Inoltre oggi sono addirittura 1.319 i detenuti ancora in carcere a meno di un anno dalla fine della pena, e altri 2.473 con condanna a cui mancano poco più di 12 mesi: “Quando una persona esce dal carcere alla fine pena a perdere è il sistema penitenziario, la società e il detenuto stesso”, che ha avuto pochissime occasioni di ricevere una formazione professionale, ma anche di restare in contatto con la famiglia.
Con la pandemia e la sospensione dei colloqui però sono entrati in carcere i cellulari per le video-chiamate: “Ci sono persone che sono rinate con questi dispositivi, perché hanno rivisto in videochiamata i luoghi di casa dopo 10 o 15 armi. Qualcuno non guardava negli occhi la madre da anni e ha avuto la possibilità di sentirla vicina. Questi strumenti permettono ai detenuti di coltivare le relazioni personali e di non uscire dal carcere “analfabeti digitali”, di imparare a maneggiare i nuovi dispositivi tecnologici”, racconta la direttrice di Ristretti Orizzonti.
La speranza è che non si torni ai 10 minuti di telefonata a settimana e a una visita al mese. Favero ritiene che non avere rapporti costanti e di qualità con gli affetti fuori dal carcere, accresca il rischio di suicidi. Sul tema è il Garante Palma ad aver richiamato l’attenzione: nel solo 2022 sono 29 i casi di suicidio a cui si aggiungono 17 decessi per cause da accertare. Erano stati 60 nel 2020, 57 nel 2021 con un rapporto paria 10,6 suicidi ogni diecimila detenuti. Rapporto che fuori scende a 0,6 casi. L’ultimo ha riguardato Giacomo Trimarco, 21 anni, che si è tolto la vita a San Vittore a Milano il 7 giugno. In carcere non doveva nemmeno starci, perché soffriva di un “disturbo bordeline di personalità a basso funzionamento”.
Una condizione psichica ritenuta incompatibile con il penitenziario. Già 15 giorni prima aveva tentato il suicidio e da otto mesi era stato destinato a una Rems, Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, struttura che dal 2014 ha progressivamente sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. “Il problema è che le Rems sono solo 36, non bastano e lui come tanti altri, vengono messi in carcere. Succede così anche per chi è finito in carcere per reati minori ma soffre di dipendenza dalle droghe. Non devono stare in carcere queste persone”, sentenza Favero.
Secondo il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, in tutta Italia i detenuti in attesa di entrare in una Rems sono 750, persone che aspettano mediamente un anno per entrare in struttura, con regioni come Puglia, Campania, Calabria, Lazio e Sicilia dove si arriva anche a 458 giorni. Queste situazioni alimentano il sospetto che quelle dei detenuti siano considerate vite minori, vite di scarto.










