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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 14 maggio 2026

Modifiche al nuovo ddl che cambia la legge sulle droghe e il regime domiciliare. Saranno comunità “accreditate” al Ssn, e non solo “autorizzate”, le strutture residenziali e semi residenziali nelle quali detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti “accertati” potranno scontare - a specifiche condizioni - la detenzione domiciliare. È solo una delle correzioni contenute nell’emendamento governativo depositato lunedì sera in commissione Giustizia del Senato, dove dal dicembre scorso è in esame il nuovo ddl Nordio che nelle intenzioni del ministro servirà a decongestionare il sovraffollamento carcerario e a dare un’occasione di “recupero” alle persone con dipendenza. Il provvedimento sulla “detenzione differenziata” è “in fase molto avanzata”, ha assicurato il guardasigilli ieri nel corso di un convegno dedicato al supporto psicologico per la Polizia penitenziaria. E in effetti il termine per la presentazione degli emendamenti al testo riscritto dallo stesso governo è fissato per lunedì.

A differenza del cosiddetto “decreto svuota carceri” del 2024 (che è finito nel dimenticatoio in attesa che le regioni stilino un registro di strutture di housing disposte ad ospitare i detenuti poveri e senza domicilio), e della detenzione domiciliare già prevista nel testo unico sugli stupefacenti, che richiede la mancanza del pericolo di fuga, questo ddl (il 1635 al Senato) modifica la stessa legge 309/90 inserendo due nuovi articoli. Con il 94ter e il 94 quater si crea un nuovo modello di “esecuzione della pena non carceraria ma pur sempre detentiva”, come certifica la relazione introduttiva. In soldoni, prevede che le persone condannate a pene fino a 8 anni di carcere (dunque non proprio reati bagatellari) o 4 anni per i reati “ostativi”, se tossicodipendenti fin dal momento del crimine, possano scontare la pena in comunità terapeutiche o strutture idonee alla detenzione, previo parere del Serd e sottoponendosi ad un programma riabilitativo ad hoc. Tornando sui suoi passi, il governo ha deciso di allargare la platea degli istituti ammessi, includendo anche le strutture “semi residenziali”, ma richiedendo l’accredito al Ssn.

A certificare la dipendenza del detenuto sarà una commissione composta, tra gli altri, anche di personale del provveditorato regionale del Dap. Ma solo “ove opportuno”, rettifica il governo dopo le proteste della Cnca - ascoltata in commissione - e delle opposizioni. La detenzione domiciliare può essere revocata se il detenuto si sottrae alla riabilitazione, che deve essere espressamente richiesta. “Sono più malati da curare che delinquenti da punire”, aveva detto Nordio. Contraddetto a febbraio da una sentenza della Consulta secondo la quale “l’autore di reato, tossicodipendente cronico”, non è assimilabile a “un malato psichiatrico cui debba essere applicata una misura di sicurezza”.

Per il ministero potrebbero uscire così dalle carceri 5 mila detenuti. Non è chiaro come, se la stessa legge prevede al momento solo “500 posti letto da considerare aggiuntivi rispetto al più ampio sistema ricettivo sanitario, al costo medio unitario giornaliero più elevato di 106,50 euro per un trattamento terapeutico riabilitativo pari a 365 giorni, determinando un onere complessivo pari a 19.436.250 euro annui a decorrere dall’anno 2026”. “Troppo pochi, 20 milioni di euro”, sottolinea la responsabile giustizia del Pd Debora Seracchiani. Mentre la vice presidente della commissione Giustizia del Senato Ilaria Cucchi pone l’accento, tra le altre cose, sullo stravolgimento della funzione delle comunità terapeutiche trasformate così in piccole carceri.