di Angelo Palmieri
vita.it, 25 agosto 2026
Il 21 agosto è entrata in vigore la legge che prevede, per chi sta scontando una pena legata alla propria dipendenza, la possibilità di curarsi, non solo di essere custodito. Affinché la detenzione domiciliare in comunità funzioni davvero, servono investimenti seri: strutture di accoglienza, personale, assistenti sociali, educatori, operatori sanitari. Senza queste condizioni, una buona intuizione legislativa rischia di restare un’occasione mancata. La legge che è entrata in vigore il 21 agosto, la n. 140 del 5 agosto 2026, parte da un’idea giusta: chi sta scontando una pena legata alla propria dipendenza dovrebbe poter curarsi, non solo essere custodito. Il problema è che, così com’è scritta, temo resterà più una dichiarazione di intenti che una misura in grado di cambiare davvero le cose.
Basta guardare i numeri. Il ministero stesso ha ammesso che le risorse stanziate coprono circa 500 persone nel 2026, a fronte di una platea potenziale di quasi 20mila detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza. Le comunità terapeutiche disponibili sul territorio, poco più di 13mila posti in tutto e spesso già sature, difficilmente potranno assorbire un numero significativo di nuovi ingressi. È come aver scritto una norma per 10mila persone e averne finanziata solo una piccola parte.
C’è poi una questione che chi lavora ogni giorno con le dipendenze conosce bene: la legge chiede che il reato sia direttamente collegato alla dipendenza, ma ignora tutti quei casi, tutt’altro che rari, in cui la dipendenza nasce o peggiora proprio durante la detenzione. Rischiamo così di lasciare fuori proprio le persone più fragili, quelle che in carcere ci sono arrivate per altri motivi e lì hanno trovato un ulteriore fattore di deterioramento. Il risultato, temo, sarà un provvedimento importante sul piano simbolico - riconoscere il diritto alla cura anche a chi è detenuto - ma con un impatto reale su poche centinaia di persone, senza incidere sul sovraffollamento carcerario e senza garantire percorsi di recupero strutturati e continuativi. Perché la detenzione domiciliare in comunità funzioni davvero servono investimenti seri: strutture di accoglienza, personale, assistenti sociali, educatori, operatori sanitari. Senza queste condizioni una buona intuizione legislativa rischia di restare, ancora una volta, un’occasione mancata.









