di Luca Preziusi
Il Gazzettino, 17 aprile 2026
Il ministro della Giustizia risponde all’interrogazione del Pd. Sul suicidio: “Gesto anticonservativo”. I trasferiti: “Qui rigidi”. Razionalità contro disperazione. Ministro della giustizia contro detenuti di alta sicurezza. La bilancia della legge pende da una parte, poi però bisogna anche fare i conti col baratro della depressione e con percorsi di riabilitazione iniziati e stoppati all’improvviso. E con un suicidio di mezzo. La cronaca recente dal Due Palazzi si divide tra la versione del ministro Carlo Nordio e le testimonianze angoscianti che arrivano dalle nuove destinazioni sarde (Cagliari e Nuoro) dei detenuti di alta sicurezza trasferiti dal giorno alla notte da Padova a fine gennaio. Al centro, la storia di Pietro Marinaro, l’uomo ex boss della ndrangheta che dopo 19 anni nel carcere padovano aveva scelto di togliersi la vita davanti all’ordine di trasferimento poche ore dopo averlo saputo.
Sui fatti Nordio era stato interrogato il giorno dopo i fatti dalla parlamentare trevigiana del Pd, Rachele Scarpa. Ieri la risposta in cui difende l’operazione, definendola un piano di “medio-lungo periodo necessario per riorganizzare i circuiti di alta sicurezza”. Secondo il Guardiasigilli il trasferimento non avrebbe interrotto il percorso rieducativo: “Resta saldo il principio della continuità dell’osservazione scientifica della personalità scrive Nordio. I percorsi individualizzati, le attività lavorative e i legami affettivi sono stati preservati, evitando che le scelte organizzative incidessero sulla funzione rieducativa della pena. Non emergono evidenze di interruzioni, sospensioni o preclusioni ne effetti pregiudizievoli derivanti dal sopravvenuto trasferimento. I legami affettivi, le attività lavorative sono stati preservati”.
Il suicidio di Marinaro viene poi definito un “gesto anticonservativo” e inserito in un quadro dove “la sicurezza e l’ordine pubblico restano le priorità del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap, ndr)”. Dap che negli anni ha avuto una fitta corrispondenza con i vertici del Due Palazzi, evidenziando quanto fosse importante mettere nelle condizioni migliori i detenuti prima di prevedere un trasferimento.
Invece la mattina del 28 gennaio parte il “trasloco” e davanti al carcere di Padova si presentano tutte le realtà che lavorano al Due Palazzi per protestare contro il trasferimento improvviso. Trasferimento di cui anche la dirigenza del carcere era all’oscuro. Un provvedimento di “declassamento” deciso nel 2014, ma attuato 12 anni dopo e all’improvviso, che ha mandato in tilt alcuni percorsi avviati dai detenuti con il terzo settore. Terzo settore che replica a Nordio.
Di segno opposto sono infatti le testimonianze dirette di chi è stato trasferito da Padova in strutture isolate della Sardegna: “Questo trasferimento mi ha distrutto, non faccio niente dalla mattina alla sera”, scrive uno dei detenuti nelle lettere raccolte dai volontari di Ristretti Orizzonti, la storica realtà che lavora in carcere per riabilitare i detenuti.
Altri descrivono condizioni degradanti come carenza di acqua per le docce, regole rigide e, soprattutto, l’assenza di quelle attività che a Padova avevano dato un senso alla detenzione: “Qui non posso più dipingere”, “sono molto dimagrito e triste”, “mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”. Particolarmente duro il racconto di chi, come Tommaso Romeo, per dieci anni ha partecipato al progetto “Scuole-Carcere”: “La leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza l’avevamo sbriciolata noi, mostrando ai giovani le nostre debolezze e i nostri fallimenti. Ora quel progetto è stroncato”. Il contrasto è politico e umano: se per Nordio i trasferimenti rispondono a necessità logistiche e di sicurezza e sono avvenuti dentro le regole del Dap, per i detenuti e gli operatori si tratta di una violazione del diritto alla progressione trattamentale.
La chiusura della sezione alta sicurezza di Padova non ha solo spostato delle persone, ma ha interrotto quello che Ristretti Orizzonti definisce lo “spegni-attrazione” verso il crimine, isolando nuovamente uomini che stavano faticosamente ricostruendo la propria identità. E se il ministero parla di “razionalizzazione”, dalle celle dei trasferiti arriva un grido diverso: “Ho chiesto di essere trasferito, qui è un deserto. Ci resta solo il buio”.











