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di Roberto Galullo

Il Sole 24 Ore, 19 marzo 2025

Il Centro di Tecoluca ospita i primi 238 carcerati spediti dall’amministrazione Trump. Le organizzazioni per i diritti umani: gravi violazioni. Quando - correva il 31 gennaio 2023 - il presidente del Salvador Nayib Bukele inaugurò, dopo circa un anno di lavori, il Centro di confinamento per il terrorismo (Cecot) di Tecoluca, pochi avrebbero scommesso che il Paese sarebbe rientrato da quella spesa e da quel sacrificio. Mediaticamente e dal punto di vista della geopolitica, di certo un risultato è stato raggiunto con l’arrivo dei primi 238 detenuti in gran parte della gang venezuelana Tren de Aragua (dichiarata un’organizzazione terroristica in Usa il 24 febbraio 2025), spediti neppure 48 ore fa dall’amministrazione statunitense a Tecoluca, nonostante il parere contrario di un giudice federale di Washington.

Del resto, Bukele sostiene di avere le carceri più sicure del mondo e così, all’inizio di febbraio 2025, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha confermato di aver raggiunto un accordo con il governo di El Salvador affinché il Paese accetti nelle sue carceri i detenuti che scontano la pena negli Stati Uniti, indipendentemente dal fatto che siano migranti o cittadini statunitensi.

Il giudice americano ha bloccato l’applicazione della legge del 1798 sugli “stranieri nemici” per 14 giorni, sostenendo che si riferisce ad “atti ostili” perpetrati da un altro Paese che sono “equivalenti alla guerra” ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è andato avanti lo stesso, invocando quella legge per deportare rapidamente i presunti membri del Tren de Aragua, gang legata a traffico di droga, armi, esseri umani, rapimenti, estorsioni, crimini organizzati e omicidi su commissione. La spesa per un anno di detenzione (rinnovabile) a Tecoluca si aggira intorno ai 20mila dollari all’anno per detenuto, per complessivi (per ora) 5,2 milioni di dollari. Piccola spesa per gli standard statunitensi, grande guadagno per quelli salvadoregni.

Le foto dei primi reclusi - a capo chino e rasato, ammanettati, con divisa di ordinanza bianca e guidati dalla polizia penitenziaria - hanno fatto il giro del web e hanno il sapore del deja vu visto che Bukele non è nuovo a queste riprese di impatto “cinematografico”. I 135 milioni di dollari spesi per costruire il carcere a Tecoluca - tra piantagioni di mais e fagioli, a 72,9 km in auto dalla capitale San Salvador - inizialmente dovevano essere circa la metà ma, si sa, da cosa nasce cosa e alla fine questa mega struttura è composta da 8 padiglioni per complessivi 236mila metri quadrati (116 ettari, 23 dei quali per gli edifici, circondati da 2,2 km di doppie mura elettrificate), ciascuno dei quali è composto da 32 celle, che in tutto sono 256. Ciascuna con tre muri di cemento e sbarre resistenti a tutto. Il soffitto è una piattaforma a forma di diamante con un bordo affilato per impedire ai prigionieri di impiccarsi e da lì vengono sorvegliati 24 ore su 24 da agenti incappucciati e armati di fucili. Il carcere può ospitare fino a 40mila reclusi - circa 7 mila persone in più della popolazione di Aosta e il doppio di Isernia, solo per fare due raffronti - ma finora nessuno sa con precisione quanti vengano ospitati.

Ci sono due bagni senza alcuna privacy e nelle celle di punizione c’è solo una lastra di cemento che funge da letto, lavandino e water. Non ci sono finestre, ventilatori o aspiratori. Per lavare i vestiti, i detenuti utilizzano l’acqua di due fontane e a nessuno di loro è concesso ricevere visite né, tantomeno, lavorare o essere inseriti in programmi di rieducazione che li preparino ad inserirsi nella società dopo aver scontato la pena. Sale da pranzo, zone relax, palestra e area giochi sono riservati ai poliziotti che complessivamente sono circa mille, ai quali si aggiungono 250 ufficiali della Polizia civile nazionale e 600 membri delle Forze armate incaricati di sorvegliare l’anello esterno.

Praticamente inaccessibile, inespugnabile e inviolabile. Un lager modello Alcatraz a San Francisco (Usa), per intenderci, chiuso il 21 marzo 1963 e dal quale ci fu chi provò a fuggire nei 29 anni di esistenza: 23 reclusi vennero ripresi, 6 uccisi, 2 annegarono e 5 vennero inclusi nei dispersi. Il Governo non aggiorna periodicamente il numero di reclusi e allora supplisce l’organizzazione per i diritti umani Cristosal, secondo la quale, a marzo 2024, El Salvador aveva 110mila persone in carcere (pari l’1,7% della popolazione del Paese), tra condannati e in attesa di processo. Oltre il doppio dei 36mila detenuti censiti dal Governo nell’aprile 2021, un anno prima che Bukele intensificasse la sua lotta contro la criminalità.

Bukele è diventato presidente della Repubblica soprattutto grazie alla volontà espressa di aggredire la criminalità organizzata, che qui ha soprattutto il volto di MS-13, la gang di strada nata a Los Angeles con un gruppo di salvadoregni tornati poi in Patria ad imporre la propria legge di sangue e violenza e dichiarata anch’essa organizzazione terroristica in Usa contemporaneamente a Tren de Aragua. E a proposito di foto scioccanti, il 12 giugno 2024 fecero il giro del web anche quelle di oltre duemila presunti membri di bande criminali, conosciuti come “pandilleros”, trasferiti da varie carceri del Paese proprio nel Cecot di Tecoluca. A torso nudo, ammanettati dietro la schiena e seduti a terra con il capo chinato in avanti, sono stati fotografati senza alcuna pietà. Il Congresso del Salvador, su richiesta di Bukele, decretò lo stato di emergenza, in risposta a un’escalation di violenza senza precedenti. Per le organizzazioni per i diritti umani, nei centri di detenzione sono incarcerati anche innocenti che soffrono ingiustamente e subiscono trattamenti disumani. Nel 2024 Cristosal ha riferito che almeno 261 persone sono morte nelle prigioni di El Salvador durante la repressione delle gang. Il gruppo ha denunciato casi di abusi, torture e mancanza di cure mediche.

Juanita Goebertus Estrada, avvocato, ex parlamentare colombiana e direttrice della divisione Americhe di Human Rights Watch - un’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani con sede principale a New York (Usa) - poche ore fa ha scritto che “i detenuti nel sistema carcerario di El Salvador sono tagliati fuori dal mondo esterno e viene loro negato qualsiasi ricorso legale significativo. Mentre Bukele pubblicizza le sue prigioni come le migliori al mondo, la realtà è molto diversa. Abbiamo ricevuto e verificato resoconti di pessime condizioni di detenzione, torture e morte”.

E poi un racconto: “Una delle persone con cui abbiamo parlato era un operaio edile di 18 anni che ha detto che la polizia picchiava i nuovi arrivati in prigione con i manganelli per un’ora. Quando ha negato di essere un membro di una gang, lo hanno mandato in una cella buia nel seminterrato con 320 detenuti, dove le guardie carcerarie e altri detenuti lo picchiavano ogni giorno. Una volta una guardia lo ha picchiato così duramente che gli ha rotto una costola. La cella era così affollata che i detenuti dovevano dormire sul pavimento o in piedi (…)”. Juanita Goebertus Estrada ha concluso che “lo stesso Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha descritto queste condizioni come “pericolose per la vita”. Giudizi pre-Trump. Il vento è cambiato.