Il Dubbio, 24 agosto 2026
Capece chiede strutture specializzate e piena applicazione del 14-bis, escludendo automatismi per dipendenze e disagio psichico. Il Sappe chiede al ministro della Giustizia Carlo Nordio di cambiare strategia nella gestione dei detenuti responsabili di aggressioni e gravi eventi critici. La proposta avanzata dal segretario generale Donato Capece è quella di valutare la riapertura degli istituti di Pianosa e Asinara oppure di creare strutture nazionali specializzate, progettate per accogliere un numero limitato di persone ad altissima criticità. Non si tratta, almeno nelle intenzioni dichiarate dal Sindacato autonomo polizia penitenziaria, di introdurre automatismi fondati sul reato commesso, sulla provenienza o sulle condizioni sanitarie del detenuto.
Il criterio dovrebbe essere esclusivamente quello dei comportamenti concretamente tenuti durante la detenzione, nel rispetto delle garanzie costituzionali e sotto il controllo dell’amministrazione penitenziaria. “Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte”, sostiene Capece, secondo il quale trasferire un detenuto violento da un istituto ordinario a un altro significa solamente spostare il problema, esponendo nuovi agenti e altri reclusi alle medesime situazioni di rischio.
Gli strumenti già previsti dall’ordinamento penitenziario - Prima di costruire nuove strutture, il Sappe domanda la piena applicazione degli strumenti già contemplati dalla normativa. Il riferimento è soprattutto all’articolo 14-bis dell’ordinamento penitenziario, che disciplina il regime di sorveglianza particolare per chi compromette la sicurezza o l’ordine degli istituti oppure ricorre alla violenza e alle minacce. Capece richiama anche l’articolo 32 del regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario, che consente di destinare a istituti o sezioni apposite i detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele. Sono misure differenti dal 41-bis e devono essere applicate attraverso valutazioni individuali, motivate e verificabili.
La richiesta del sindacato è quindi di mettere fine alla successione di trasferimenti con cui l’amministrazione tenta frequentemente di gestire le situazioni più difficili. Secondo il Sappe, questa prassi non risolve la pericolosità manifestata all’interno degli istituti, ma la distribuisce sul territorio nazionale.
Pianosa e Asinara, una proposta da sottoporre a verifica - Il richiamo a Pianosa e Asinara non equivale a una decisione già assunta dal governo. Capece sollecita uno studio sulla possibilità di utilizzare nuovamente le due strutture insulari, tenendo conto dei costi, delle difficoltà logistiche, dei vincoli ambientali e della necessità di garantire assistenza sanitaria e collegamenti con l’autorità giudiziaria. Qualora questa strada non risultasse praticabile, il sindacato propone di individuare altri siti destinati alla stessa funzione. Le strutture dovrebbero avere sezioni autonome, pochi detenuti, un rapporto elevato tra agenti e persone ristrette, sistemi moderni di videosorveglianza e personale appositamente formato. Dovrebbero inoltre assicurare una presenza sanitaria e psichiatrica stabile, non limitata agli interventi d’emergenza. La destinazione non potrebbe dipendere soltanto dal titolo di reato o da valutazioni generiche. Per il Sappe dovrebbe essere collegata a condotte violente accertate durante la permanenza in carcere e accompagnata da controlli periodici sulla permanenza dei presupposti.
Agenti senza strumenti e il rischio degli abusi - Capece denuncia anche le condizioni nelle quali opera quotidianamente la Polizia penitenziaria. Gli agenti, afferma il sindacato, sono spesso chiamati ad affrontare aggressioni senza adeguati strumenti individuali non letali e con il timore che ogni intervento possa trasformarsi in un procedimento giudiziario. La richiesta riguarda dispositivi di protezione, formazione specialistica, protocolli operativi chiari e tecnologie capaci di documentare gli interventi. Il Sappe precisa, tuttavia, che ogni eventuale abuso deve essere accertato e perseguito: il rafforzamento della sicurezza non può tradursi in una riduzione delle garanzie riconosciute alle persone detenute.
Dipendenze e disagio psichico non equivalgono alla violenza - Un altro nodo riguarda la presenza nelle carceri di persone con tossicodipendenze o disturbi psichiatrici. Il Sappe avverte che queste condizioni non possono essere automaticamente associate alla violenza. Richiedono piuttosto risposte sanitarie, terapeutiche e sociali che la Polizia penitenziaria non può sostituire. Secondo i dati richiamati da Capece, alla fine del 2025 risultavano 20.767 detenuti con problemi di tossicodipendenza su una popolazione carceraria complessiva di 63.499 persone: quasi uno su tre. Un dato che, per il sindacato, rende indispensabile rafforzare i percorsi di cura e distinguere le esigenze sanitarie dalle condotte che mettono concretamente in pericolo la sicurezza degli istituti.









