di Paolo Di Paolo
La Repubblica, 23 agosto 2022
Polemica tra Letta e Meloni, ma entrambi sbagliano a usare quella parola. Il vocabolario sgangherato di questa campagna elettorale estiva genera (o recupera) lemmi fuori fuoco, che diventano boomerang. Vedi alla voce “devianza”.
Il peggio è che poi, per un’intera giornata, i leader politici si rimpallano termini senza costrutto, non valutando appieno il rischio di farsi prestare le parole (sbagliate) dall’avversario. Se Giorgia Meloni dice “combatterò le devianze” lo fa con un truce - e non so quanto consapevole - recupero di un armamentario ideologico vetusto e pedagogicamente reazionario. Pure intendesse alludere a Freud, a Foucault o alle teorie sociologiche della Scuola di Chicago, il risultato suona piuttosto rozzo. Suona cioè come il distillato di una convinzione tardo-ottocentesca sull’attività fisica che funziona da antidoto a certe pericolose inclinazioni (l’alcol, la droga, la violenza; a dire il vero, molti accigliati padri della patria di allora includevano anche omosessualità e masturbazione). Corse, sforzo muscolare e nerbate raddrizza-schiena da scuola militare: contro tutti i vizi della gioventù debosciata! È una visione passatista e semplicistica del mondo. Militaresca, stile Opera nazionale Balilla per l’assistenza e per l’educazione fisica e morale della gioventù.
Misteriosamente e discutibilmente viene assorbita nelle risposte di Enrico Letta e dei social ufficiali del Pd: l’hashtag scelto dal segretario per controbattere è #VivaLeDevianze. Ma per quanto voglia - anche qui, nelle intenzioni - suonare ironico, risulta invece forzato, impreciso, controproducente. Perché assumere un termine così scivoloso? E che cosa vuole definire, di preciso, Letta con la parola “devianza”? La tossicodipendenza? L’abuso di alcol? Chi sarebbero i “deviati”? Vogliamo farne una lista? Qualcuno ha ricordato quelle inquietanti in virtù delle quali si spedivano in manicomi donne deviate in quanto “instabili”, “ciarliere”, “ninfomani”. Nella lista di Fratelli d’Italia figuravano - con qualche emendamento tardivo - droga, alcolismo, tabagismo, ludopatia, autolesionismo, obesità, anoressia, bullismo, baby gang, hikikomori. Un tale minestrone che mi fa provare imbarazzo anche per il povero social media manager che, senza fiatare, ha assemblato nella card buona per i social questioni così delicate e difformi. Letta vuole chiarire che la sua visione del mondo è diversa da quella di Meloni? Bene. Allora perché usa il termine “devianze”, facendosi dettare insieme un pezzo di agenda e di vocabolario? Se #VivaLeDevianze sta per viva le differenze è un altro concetto, che tuttavia non può presupporre nessun giubilo di fronte a patologie fisiche e a malattie sociali.
Una dialettica più congrua e forse più efficace richiederebbe, intanto, uno spostamento dell’asse lessicale: perché rispondere agli avversari con le parole degli avversari? È una questione di lucidità linguistica che, mi rendo conto, all’ultimo mese di una complicatissima campagna elettorale è difficile preservare. Ma anche in vista dei confronti televisivi diretti - non so quanto decisivi in una stagione in cui un’uscita social fa, come si vede anche in questo caso, più rumore - sarebbe auspicabile una rapida ridefinizione del vocabolario politico.
Quanto più quello della destra è tonitruante, grossolano e conservatore, quando non retrogrado, tanto più quello della sinistra dovrebbe proporsi - no, non sofisticato - preciso. Ovvero aderente alle realtà che evoca, alla loro complessità, capace di suggerire e rendere visibili le differenze, senza buttarle a caso in un minestrone lessicale riscaldato. Le parole non sono un accessorio buono per i “salotti” invisi a Meloni. Sono tutto ciò di cui disponiamo per definire il nostro rapporto con il mondo; e per provare - in campagna elettorale si dovrebbe poter dire senza fumisterie, ma anche senza imbarazzo - a cambiarlo.









