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di Valeria Climaco*

Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2026

Il 7 marzo, su invito della Presidente Grazia Garrino, ho avuto il privilegio di tenere presso il Centro femminile Italiano di Vercelli, di cui sono socia, la conferenza sulla ricorrenza della giornata internazionale dei diritti della donna. Avevo scelto come tema il racconto di una storia impossibile divenuta possibile: il legame di amicizia, cura, affetto, responsabilità reciproca tra Agnese Moro e Adriana Faranda, rispettivamente vittima in quanto figlia e complice in quanto militante nelle Brigate rosse, dell’assassinio dell’on. Aldo Moro. Tutto l’interesse sul tema per me è partito da un testo dal titolo “Il libro dell’incontro”, del quale avevo sentito parlare in quanto edito in precedenza, ma che solo da qualche mese ha iniziato a scorrermi tra le mani.

Come non sempre accade di fronte a un libro, il passaggio di quelle pagine dalle mani alle vie del cuore è stato immediato. Il volume raccoglie senza risparmio di dolore, durezza, verità il percorso di incontro, avvicinamento e pacificazione di un gruppo di protagonisti della lotta armata con i famigliari delle vittime di attentati e stragi, a loro volta vittime di quanto occorso ai loro cari. Percorso auspicato, pensato e sapientemente reso possibile e guidato da tre esperti in tema di giustizia riparativa, quali sono Don Guido Bertagna, il Prof. Adolfo Ceretti e la Dr.ssa Claudia Mazzucato.

Forse per solidarietà femminile, forse perché da quasi trentacinque anni mi occupo di trattamento rieducativo in una sezione femminile di un carcere, tra i tanti protagonisti di questo percorso ha particolarmente toccato le corde più sensibili del mio sentire appunto il legame germogliato, cresciuto e consolidatosi tra Agnese Moro e Adriana Faranda.

La lettura del libro è stata accompagnata dalla visione attenta di molte registrazioni in video di racconti dell’esperienza del percorso di riparazione, che hanno avuto luogo in contesti diversi, dall’oratorio parrocchiale alla sala conferenze di istituti scolastici superiori, da una delle più importanti piazze di Bologna a un’aula della Camera dei deputati. E un conto è leggere di qualcosa, un altro conto è sentirla raccontare dai protagonisti. Da due delle maggiori protagoniste, in questo caso, Adriana Faranda e Agnese Moro.

E scoprire sotto l’apparente scorza dura di Agnese Moro, mentre si racconta, una impensata fragilità tutta umana che ancora a trentun anni dell’assassinio del padre, nel 2009, la ripiega nel pieno di un trambusto di sentimenti negativi, chiusa in sé stessa come “un insetto in una goccia d’ambra”. Non accetta subito l’invito di padre Bertagna all’incontro col volto degli assassini, provvidenzialmente arrivato il 23 dicembre 2009, ma ci ripensa e piano piano si convince di averne bisogno, non per rivangare il passato né per pretesa di scuse o sfogo di cattiveria, ma per dire “basta” a un passato che continua a mordere il suo presente, capirne di più, per comprendere per es. come in una mattina di un certo giorno si possa puntare la sveglia presto per andare a compiere una strage, in cui un uomo sarà sequestrato e i cinque componenti la sua scorta freddati senza pietà, per conoscere quale è stato il seguito dell’ esistenza dei responsabili.

E si commuove di fronte a una piantina ricevuta da Franco Bonisoli, componente del commando assassino, nel loro primo incontro proprio a casa sua, tra disordine e ritratti del padre sparsi tra mobili e pareti, e poi ascolta la rivelazione di Bonisoli di aver utilizzato i permessi premio concessigli durante la carcerazione per andare a parlare con gli insegnanti del figlio.

E che tenerezza sentir rivelare dalla bocca di Agnese Moro che da parte sua aveva sempre mal tollerato gli incontri scuola famiglia, ai quali aveva sempre incontrato mamme e non papà e questo la porta a vedere nel gesto di Bonisoli/papà il segno di uno zoccolo di umanità presente che lei considera prevalere su quel passato in cui “l’aveva fatta proprio grossa”, compiendo qualcosa di “mostruoso” nel ruolo di esecutore di una strage.

Ma il passato non è il presente, afferma Agnese. Certo, non si dimentica e resta irreparabile, ma in lei inizia a trovare il suo posto in un più adeguato scomparto...quello dei ricordi. Ricordi che pian piano si ripuliscono dalle visioni di sangue che li hanno ammantati per oltre trent’anni ogni mattina, quando per lei si rinnovava la scena del padre che si alzava e si preparava per essere prelevato dalla scorta e accompagnato al lavoro, ma al lavoro non arrivava in quanto sequestrato, tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni e poi restituito senza vita nel bagagliaio di un’auto. Queste scene ora diventano ricordi del passato, mentre nel presente riprendono vita le immagini belle di un papà buffo, premuroso e tenero quale era stato il suo nei venticinque anni di vita accanto.

E sentire poi riconoscere dalla bocca di una “tosta” come Adriana Faranda, che non ha bisogno di mostrarsi fragile perché sono le grinze e le espressioni del suo viso a trasudare fragilità, che era stata la postina di tutti i msg partiti dal covo che per cinquantacinque giorni aveva tenuto sequestrato il papà di Agnese, che pur non avendo partecipato all’uccisione, si reputa comunque assassina al pari degli esecutori. E poi che, nonostante abbia saldato il suo debito con la giustizia in quindici anni di detenzione, proprio come Agnese, a trentuno anni di distanza dell’accaduto, non aveva ancora chiuso la partita con la sua coscienza, perché la sua coscienza reclamava un incontro faccia a faccia con le vittime, in cui sentirsi puntare il dito, gridare contro, offendere, reclamare spiegazioni, magari quelle stesse spiegazioni che lei ripetutamente domandava a se stessa senza esito o trovando ogni volta una risposta diversa.

Sapeva che solo un simile confronto faccia a faccia avrebbe potuto rivelarsi catartico, a chiusura del cerchio di quel percorso di giustizia ordinaria concluso secondo le leggi, ma in cui, come in ogni processo, tutto ciò che a un imputato è consentito e’ mediato da un giudice, da un avvocato, esclusa ogni possibilità di contatto diretto autore/ vittima del reato. E apprendere dalla bocca di entrambe, Agnese e Adriana, che quell’incontro finalmente avvenuto, anche se non più tra due giovinette quali erano nel 1978, ma tra le “anziane” che nel frattempo sono diventate, e dipanatosi in mille momenti e occasioni strutturate di dialogo, scontro, discussioni, chiarimenti, rivelazioni, ha dato modo a carnefici e vittime di presentarsi completamente disarmati.

Si presentano disarmati coloro che furono assassini, poi ecco che disarmo esige disarmo e anche il gruppo vittime si disarma. E la vittima Agnese Moro, la “non buona” come lei stessa si definisce, capisce di dover abdicare a impulsività, presunzione, saccenza...” non certo per indulgere a sentimenti di perdono, che considera fuori luogo nelle vicende di cui si discorre, (e a tal proposito richiama Martin Luter King quando mette in guardia da atti di perdono, ritenendoli quasi sempre intenzionalmente associati alla riserva di non voler più vedere colui che viene perdonato, ) ma sente più  consono al suo sentire l’altro messaggio di “quel gran figo” di Gesù Cristo, (lo indica così) che invita piuttosto a “amare i propri nemici”.

E, aggiunge Agnese, “se l’ha detto Lui, che non ci mette mai pesi addosso, ma che si cura di portarci felicità, è sicuramente cosa buona”. E tornando al legame tra Agnese e Adriana, che entrambe definiscono e lo si tocca con gli occhi per come è pregnante di affetto, cura, bene, responsabilità non solo con riferimento al passato, ma presente e futura... a cui io aggiungo “necessità reciproca di vicinanza”, perché dalle registrazioni video l’ho toccata con occhi e mano, ecco che dalla platea gremita, in una occasione di dibattito svoltosi a Ivrea, si leva un’ ultima domanda, quella che anch’io avevo in pectore: siete serene? Agnese riflette...ma poi risponde di sì, porgendo il microfono ad Adriana perché esterni il suo pensiero. Adriana risponde: “a modo nostro sì. Io penso di aver abbastanza fatto pace con me stessa”.

E continua riconoscendo all’amica Agnese il merito di averla aiutata in tal senso, quando un giorno, forse di fronte a un particolare suo moto di commozione e emozione per il passato, le disse: “Adria’, la devi piantare. Tu devi guardare quella ragazzina che eri e la devi guardare con più indulgenza. Nel senso... guardati... ma metti la distanza necessaria, considera l’età che avevi, quello che ti passava per la testa, tutto quello che c’era attorno e dentro di te e guardati con indulgenza. Non puoi essere sempre così spietata”. E quindi, continua Adriana, “anche da questo punto di vista, Agnese, proprio lei, mi ha dato una mano formidabile nel farmi sentire più riappacificata con me, con la ragazza che ero prima, che poi sono sempre io, che poi non è che esiste una lobotomia o un’altra serie di lavaggi input che ti fanno diventare un’altra persona. Però ho imparato a mettere le distanze giuste, capirmi un po’ di più, accettare anche i miei lati negativi, a guardare sempre avanti. Quindi a modo nostro siamo più serene”.

Ecco, questo racconto non è una favola, ma una storia vera, una bella storia di rialzata dopo una pesante caduta in un fosso per assassini e vittime degli anni di piombo che a me, pensando a queste due donne tra i tanti protagonisti del percorso descritto nel libro, data la ricorrenza dell’8 marzo, fa pensare: di cosa sono capaci insieme due donne!

*Capo Area Educativa carcere di Vercelli