di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 1 agosto 2026
Quando alle 10,25 di quel 2 agosto - di cui domani cade l’anniversario - l’orologio alla stazione di Bologna fu fermato dall’esplosione, la redazione del Manifesto a Roma si mise subito in movimento. Non erano passati che pochi minuti, era il 1980 e c’erano scarsi strumenti di comunicazione, ma la notizia arrivò velocissima, tra noi redattori c’erano diversi bolognesi, e non era un caso. Perché la novità politica di quel gruppo di intellettuali dirigenti del Pci, Rossanda, Pintor, Caprara, Magri, Natoli, Castellina, radiati dopo che avevano osato scrivere su quella rivista, che evocava Il Manifesto di Karl Marx, “Praga è sola” contro l’invasione dei carri sovietici, aveva aperto crepe profonde in quella comunità di cui l’Emilia rossa era la culla. Non fu un caso il fatto che proprio sulla cellula delle Brigate Rosse nata a Reggio Emilia e cresciuta nella cultura dei padri partigiani, nel 1978, dopo il rapimento di Aldo Moro, Rossana Rossanda avesse scritto il famoso articolo “sembra di sfogliare un vecchio album di famiglia”.
E sarà Bologna, un po’ di anni dopo, con l’elezione di Giorgio Guazzaloca, a dare alla città un sindaco eletto con i voti del centrodestra. La notizia sbarcò sulla prima pagina del New York Times. Crepe sul fianco sinistro, sfarinamento dall’altra parte. La mitica comunità emiliana, sempre evocata con orgoglio dagli amministratori, non esiste da tempo, e comunque è diventata altro. Ma non manca mai all’appuntamento del 2 agosto, nel nome di una piazza che da antifascista è ormai diventata antigoverno, se a palazzo Chigi ci sono “gli altri”.
E quell’Associazione dei parenti delle vittime che nel corso della storia ha aggiunto al ricordo e alla commozione un cappello politico che sa di partito angusto e chiuso, con i presidenti che si susseguono, da Torquato Secci che non c’è più, a Paolo Bolognesi che poi è andato in parlamento, fino all’attuale Paolo Lambertini, che ripetono la stessa cosa. E usano sempre, come scrisse qualche anno fa lo storico Giovanni Orsina, “la storia come una clava da dare in testa a tutta la destra degli ultimi trent’anni”. E ogni anno, ogni 2 agosto, si ripete il rituale.
Solo quella volta fu diverso, per un attimo. Quel giorno, i nostri compagni redattori bolognesi (mi piace ricordare quelli che non ci sono più, il mio grande amico Stefano Bonilli e Maurizio Matteuzzi e Stefano Benni) partirono in lacrime e corsero nella loro città, dove scrissero articoli bellissimi ma aiutarono anche a cercare le persone disperse sotto le macerie, scavando a mani nude. Quel giorno Bologna fu davvero comunità. Furono tutti fratelli e sorelle e compagni, quel giorno. Ma già poco dopo, senza che nulla ancora ci avessero detto neppure le sentenze, una lapide definì senza ombra di dubbio la strage come “fascista”. Comprensibile sul piano dell’ideologia, prima ancora che su quello delle emozioni. Una specie di ottimismo della volontà, senza che la ragione facesse capolino con il suo pessimismo.
Quella bomba non poteva che essere fascista, e lo possono capire, anche se solo per un attimo, coloro che, come me, sono nati e cresciuti in Emilia. Ma subito dopo bisogna che la fronte, per quanto pensosa, per quanto ferma su quell’orologio della stazione, venga solcata dall’ombra del dubbio. Così non è stato per quelle piazze che, anno dopo anno, sono restate immobili e immutabili a fischiare democristiani e socialisti, e poi Berlusconi e ministri di ogni colore. Fino a inseguire Giorgia Meloni. Tutti quelli che sono fuori da un cerchio che non è neanche magico. Non importa più chi siano i colpevoli, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, due ragazzini ventenni estremisti e il loro amico Luigi Civardini, neanche maggiorenne. E la vendetta postuma che tiene di nuovo in carcere Gilberto Cavallini, dopo che ha scontato 43 anni della sua vita in una cella.
È stata un’inchiesta che cammin facendo ha perso la gran parte dei pezzi, insieme all’opaca attendibilità di testimonianze cui non darebbe ascolto neanche un bambino. Altro che pistola fumante! Altro che processo indiziario come quello su Calabresi o sull’omicidio di Chiara Poggi. Tutti i processi sulla strage del 2 agosto hanno una sola origine, il teorema costruito a tavolino un po’ nella federazione bolognese del Pci e un po’ in procura, sulla “strategia della tensione”, da Piazza Fontana fino a Brescia e Bologna. Sotto la supervisione, ma che fantasia, del solito Licio Gelli e il suo contorno di barbe finte. Non è un caso il fatto che, dopo dieci anni dalla strage del 2 agosto, quando la corte d’appello di Bologna aveva assolto tutti gli imputati, saranno ancora i dirigenti comunisti a scagliarsi contro gli eretici del Manifesto, cui va dato l’onore del loro garantismo di allora, tacciandoli di complicità “oggettiva” con gli autori della strage. Insieme a tutti, una cinquantina, quegli intellettuali, magistrati compresi, di sinistra che avevano costituito il Comitato “E se fossero innocenti?”. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò, o quasi. Non esiste più Il Manifesto di Rossanda e Pintor, e neanche il garantismo di Magistratura Democratica. Resiste al contrario quella piazza stanca, forse anche di fischiare, con il pugno di mosche di sentenze fondate sul nulla. E la “soddisfazione” di aver di nuovo sbattuto in galera un uomo di 73 anni che il carcere avrà il compito di rieducare, 46 anni dopo la strage, chissà a che cosa.










