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di Maria Brucale*

linkedin.com, 29 gennaio 2026

Aprono un carcere, chiudono quell’altro. Blocchi, moduli, scatole e corpi da spostare, numeri da contare. Un po’ di detenuti qua, un po’ là. Sono già iniziati i feroci spostamenti, improvvisi e irragionevoli che interrompono percorsi faticosi di adattamento e di convivenza, di recupero a volte, di vita sempre; sradicano abitudini familiari conquistate nel tempo fatte anche di piccole cose, di dettagli organizzativi, di una quotidianità conformata al luogo di detenzione, ritagliata tra spese e tempi del viaggio, pacchi da portare, orari per le telefonate e le videochiamate, documenti per autorizzare i colloqui. Spezzano rapporti di vicinanza e di solidarietà costruiti con i compagni di viaggio, di fiducia reciproca con il personale del trattamento.

L’attesa di una pena conforme a Costituzione, a quegli obblighi positivi che gravano sullo Stato di orientare la privazione della libertà di ognuno al recupero del sé, alla restituzione in società, resta fuori da un pallottoliere balordo e impazzito dove ci sono numeri, numeri soltanto ed è oscurata da un concetto abusato, tirato in ballo a caso, un tanto al chilo e che ha perso ogni senso, ogni sostanza: sicurezza. 

Già perché sono le persone recluse per i reati più gravi le prime vittime di questi stravolgimenti. Proprio quelle che hanno le pene più lunghe da scontare e che per questo hanno più delle altre l’esigenza di un progetto detentivo definito e duraturo, da costruire ipotizzando obiettivi trattamentali progressivi, attraverso il confronto continuo con gli operatori del carcere, con l’area educativa e con la società civile, attraverso la relazione, l’incontro, il confronto, la cultura. 

E poi ci sono le persone ristrette in 41 bis, quei circa 750 sepolti vivi in carceri o sezioni dedicate, preferibilmente nelle aree insulari, che sono oggetto (oggetto, sì!) di una riorganizzazione. Alcune sezioni verranno chiuse, altre ridimensionate, altre create ex novo. Alcuni detenuti ci stanno da trent’anni, devono ancora leggere un programma di trattamento pensato per loro e hanno disegnato minute e vitali ritualità. La loro vita affettiva e relazionale è tutta nel colloquio di un’ora al mese, se le famiglie stremate sono ancora in grado economicamente di affrontare il viaggio, o nella telefonata di dieci minuti, nel pacco mensile per ritrovare una carezza di madre, un odore di casa, un pensiero buono e, su tutto, nella corrispondenza sempre più frequentemente trattenuta per ipotesi sempre più fantasiose di contenuti criptici o potenzialmente pericolosi. E, ancora, la salute e la speranza di cura per molti di loro che hanno superato gli 80 anni di età o che versano in condizioni di salute drammatiche, che pietiscono assistenza e attenzione perché la tenerezza resta fuori in quei luoghi in cui la punizione è la sola espressione della pena con buona pace dell’art. 27 co. III. e così del buon senso.

*Avvocato