di Domenico Quirico
La Stampa, 28 dicembre 2020
Il Paese al voto tra i disordini, sullo sfondo la lotta per il controllo delle risorse. Il presidente Touadéra tradisce la Francia con Putin e cerca la riconferma. Ah, l'Empire africano! Non sono più i tempi di una volta, quelli dei "barbouze". I capi di Stato per esempio, pittoreschi arruffapopoli, soci nelle redditizie immondizie del post colonialismo; quando non servivano più o, incredibile arroganza davano segni di indipendenza dalla République, ebbene Parigi li licenziava con una telefonata. Un colonnello delle armate africane addestrate appunto per eseguire golpe da operetta lo liquidava in due ore. Poi si passava alla transizione alla democrazia restaurando opportuni sentimenti di fedeltà degni dei nibelunghi.
La dominazione francese è come un iceberg, ne vedi solo la punta, suggestiva, tranquillizzante: perché è rivestita di retorica, la Francia miglior amica dell'Africa, la francofonia, il franco CFA, la patria dei diritti umani eccetera. Quale presidente francese da de Gaulle a Macron non ha pronunciato queste parole, non ha accolto gli "amici africani" sulla scaluccia dell'Eliseo con corazzieri e grandi abbracci? Quello che è sommerso, che non si vede, invece è pericoloso. È la mafiafrique: reti di controllo fitte come le finestre di una prigione, dalla politica alla sicurezza alle materie prime alle infrastrutture.
Prendete il Centrafrica, che storie! Guerre, golpe, massacri, miseria e diamanti: insomma un polverone africano di poco conto. Ha fatto notizia perché lo ha visitato Papa Francesco. Francois Bozizé, il presidente, era un grande amico della Francia, neanche il diffamatore più incallito avrebbe potuto segnalare colpe. Come lo era stato un altro personaggio leggendario, Bokassa, "l'imperatore". "De Gaulle è mio padre", diceva lui che con la divisa francese aveva combattuto in Indocina. "Chi è quell'idiota che abbiamo a Bangui?", chiedeva irato papà De Gaulle. I diamanti regalati a piene mani al sussiegoso Giscard d'Estaing non gli salvarono il trono quando Parigi trovò di cattivo gusto le sue sceneggiature napoleoniche, le carrozze tirate dai cavalli e le incoronazioni copiate sui testi di storia del primo impero.
Bozizé, al potere con un golpe ovviamente, evitava queste stravaganze. L'aveva sempre servita in modo esemplare, meticoloso la Francia. Eppure nel 2013 lo lasciarono cadere come un frutto marcio sotto l'assalto di una coalizione di misteriosi ribelli musulmani, i seleka. Colpa gravissima imperdonabile, la sua: aveva fatto entrare una società sudafricana nello sfruttamento delle miniere di diamanti. Non bastarono a salvarlo dalle ire di Parigi le benedizioni del "cristianesimo celeste", una setta esoterica di cui era fervido seguace.
La chiesa sorgeva, allora, non lontano dall'aeroporto di Bangui nel quartiere di Galabadjia, portava il nome impegnativo di parrocchia della "nuova Gerusalemme". Dotato di gerarchie complicatissime più della curia vaticana, il cristianesimo celeste vendeva i certificati di battesimo per l'equivalente di tre euro. Bozizé, il giorno della presa del potere, dopo una frettolosa visita a moschea e cattedrale, venne a pregare nel suo tempio, prosternandosi a terra, il corpo volto verso Est "dove sorge il sole". Celebravano sacerdoti che indossavano suggestivi paramenti di stampo massonico.
Era la belle époque della FrancAfrique. Sette anni dopo sembra di esser tornati alla casella di partenza, perché Bozizé è di nuovo protagonista. Già: si possono giocare le vecchie carte, riutilizzarle se tornano utili. Cosa è accaduto? Che il successore di Bozizé ha commesso un peccatuccio, sempre quello: ha provato a tradire la Francia. Con la Russia di Putin, per di più. Touadéra, ex professore di matematica, dal 2017 ha trasformato Bangui nell'avamposto del Cremlino in Africa. Affidandogli l'addestramento e il riarmo dell'esercito. Comincia a circolare tra i sudditi il dubbio che Parigi sia in fondo una potenza di terz'ordine, che non faccia più paura e che sia arrivato il momento di cercarsi padrini più svelti, grossi e affidabili. I cinesi per esempio. La Turchia di Erdogan. O i russi, che non sono più fossili semantici della disastrosa influenza sovietica.
Ieri erano in programma le elezioni, presidenziali e legislative. Bozizé ha provato a ricandidarsi, dispone ancora di seguito popolare e pare che Parigi non fosse infelice per il suo ritorno. I golpe non sono di moda, costano. Ma la Corte costituzionale ha bocciato la candidatura; pende su Bozizé dal 2013 un'accusa alla Corte penale internazionale per violazione di diritti umani e crimini di guerra.
Sembrava tutto in ordine per il presidente, che rientra nella normalità politica del continente, ovvero ritiene che la riconferma sia un diritto: in fondo anche dio non vuole oppositori, tanto è vero che ha cacciato Satana! Modesta la suspence, già a Bangui si scommetteva sulle percentuali della rielezione. E invece improvvisamente i gruppi ribelli, che Touadéra ha pagato per non avere guai, divisi finora da feroci rivalità anche religiose, tra musulmani seleka e cristiani e animisti, hanno deciso di unirsi impugnando le armi per demolire da cima a fondo il potere del presidente in un fiorire di sigle e gruppi dove si sprecano paroline come riabilitazione, rinascita, ritorno, patria.
Qualcuno ha sospettato di Parigi, ipotizzando addirittura una guerra africana tra Mosca e la Francia. Che nega ogni nostalgia e traffico luciferino con Bozizé e per manifestare la sua buona fede ha spedito un paio di Mirage a sorvolare Bangui e le zone controllate dai ribelli. Un po' pochino. I ribelli da dieci giorni sono passati all'attacco, avanzando verso la capitale, chiedendo rinvio del voto e posizioni di potere. A difesa del presidente si sono schierati i caschi blu del contingente di pace, che lamentano tre morti, e soprattutto i russi: perché Putin ha spedito subito alcune centinaia di mercenari della solita Wagner, in servizio permanente effettivo dalla Libia al Mozambico alla Siria, per rinsaldare lo sgangherato esercito locale.
Tenere le elezioni è diventata una sfida politica. Che Touadéra sembra aver formalmente vinto. Con 50 minuti di ritardo ieri anche se Bangui era di fatto circondata e si parlava dell'infiltrazione dei ribelli in alcuni quartieri, i seggi sono stati aperti in una plumbea calma. Diversa la situazione nel resto del Paese, per due terzi sotto controllo o la minaccia armata dei ribelli. A Bokarouga ad esempio i miliziani ribelli hanno minacciato chi si preparava a votare, in altre località si sparava attorno ai seggi. In alcune città la buona volontà non è bastata: a causa delle strade interrotte non è arrivato dalla capitale il materiale elettorale.











