di Elisa Sola
La Stampa, 15 aprile 2025
Arrestato dopo aver accoltellato un 17enne, in cella ha compreso l’errore e aiutato i compagni. E il giudice: non va processato. Accoltellare al petto un ragazzo più grande. Provare ad ucciderlo senza sapere perché. Scappare dopo averlo lasciato a terra. E sperare che non muoia. Finire in carcere. Dormire in cinque in una cella. Prendere la scabbia. E capire, qui dentro, qual è la strada per comprendersi. Per redimersi: “Prima facevo fatica a comprendere le mie emozioni. Ora so che la violenza è assurda. Sempre”. Ha 15 anni. È incensurato. È sempre andato bene a scuola. Non si droga. Non beve. Il fratello maggiore, che è quasi dentista, è il suo punto di riferimento. Una sera, all’improvviso, questo ragazzo tranquillo, che parla in maniera lenta e posata alla giudice, ha conficcato un coltello sotto al cuore di un ragazzo che lo prendeva in giro.
Era estate, la scorsa. Nel comune del Piemonte in cui vive avevano montato le giostre. Era con i suoi amici. A un certo punto è arrivato lui, più grande di due anni. Lo sbeffeggiava da giorni: “I marocchini non sanno giocare a calcio”. Alla sagra del paese lo ha indicato e gli ha detto: “Marocchino di m...”. Sul momento non ha reagito. Ma più tardi, lo ha incrociato di nuovo. “Mi ha messo l’avambraccio sotto al collo. Ho avuto paura. Ho aperto il marsupio e ho preso un coltello che aveva preso in cucina. Lo tenevo con me perché quel ragazzo mi aveva preso di mira da giorni. E pensavo che fosse armato. Avevo paura ma non volevo fare vedere agli altri che l’avevo. Volevo che i miei amici pensassero che ho coraggio”.
L’ultima confessione, quella finale, è quella chiarificatrice. I giudici ascoltano in silenzio. Sono passati otto mesi da quando il quindicenne è finito in carcere per tentato omicidio. La vita al Ferrante Aporti lo ha cambiato. Sembra diverso da prima. Non solo perché, dice il collegio, “ha tenuto un buon comportamento”. Ma perché “ha lavorato sulle sue emozioni”, dicono gli educatori. E quindi adesso sa cosa è giusto e cosa è sbagliato. Sa capire meglio cosa prova. Sa sentirsi e controllarsi. Otto mesi prima non sapeva dare spiegazioni. Otto mesi prima non aveva detto tutta la verità.
“Ha fatto un percorso e si è fatto accompagnare, nella comprensione del fatto e delle sue emozioni”, dichiara chi si è preso cura di lui in comunità, prima che si ritiri il collegio presieduto dalla giudice Maria Grazia Goggia Devietti. Il responso lo lascia senza fiato. “Sei libero”, gli spiega la sua avvocata, Stefania Rullo. All’imputato accusato di tentato omicidio è stata concessa la messa alla prova. Per una volta, educatori, poliziotti, legali e giudici, sono d’accordo: “Ha fatto un percorso incredibile”.
Cinque mesi di carcere e tre di comunità. Una rivolta e la scabbia. Non ha mai perso il controllo. Anzi, di lui i giudici scrivono che è cresciuto anche vivendo questi eventi. Passandoci attraverso. “L’imputato non ha preso parte alla rivolta dell’agosto 2024 all’interno del Ferrante Aporti, ha sempre tenuto un comportamento corretto in carcere, anzi, ha supportato con la sua condotta l’attività degli agenti negli eventi di quella notte”. Era la notte del primo agosto. Il carcere venne devastato. Lui era arrivato da un mese. “Quando ci furono gli incendi provavo terrore e paura. Era pieno di fumo. Non respiravamo. Non partecipai. Tifavo per la polizia. Ma non ero l’unico. Anche i miei compagni”.
“All’inizio ci hanno messi in cinque in una stanza anche se era da due. Ho avuto difficoltà a prendere confidenza con gli altri. Dicevano che ero chiuso. Poi sono migliorato. Parlo di più rispetto a prima. Soprattutto in comunità è andata meglio, perché ho fatto amicizia con una ragazza di 17 anni. Sono riuscito ad aprirmi perché lei lo faceva con me. Mi parlava. Ho legato anche con il mio compagno di stanza. Gli ho insegnato l’italiano. Abbiamo rotto il ghiaccio parlando dei nostri fratelli. Per noi sono figure importanti. Mi sono preso la scabbia. È stata dura ma sono riuscito a reggere. Cosa direi al ragazzo che ho accoltellato? Gli vorrei dire scusami. Ma se non vuole più guardarmi in faccia, lo capisco. Ho fatto una cosa grave. Sono molto pentito”.
L’aula del tribunale dei minori è semi vuota. Manca un’ora alla sentenza. Prende la parola un educatore: “Signori giudici, raramente ho visto un approccio così positivo. Se gli concedete la map (messa alla prova, ndr), la psicoterapia gliela pagheremo noi. È quello di cui ha bisogno. Fa fatica a rappresentare le proprie emozioni. Ma si è messo a disposizione per farsi accompagnare”.
Per i giudici, non ha senso processare il quindicenne: “Il giudizio, abbreviato, non tenderebbe alla rieducazione dell’imputato come previsto dalla Costituzione”.
E così torna libero. La sua vita da detenuto resterà per sempre impressa nelle trascrizioni dei suoi interrogatori, dei colloqui, dei diari. Il ricordo più bello: “A Capodanno ci hanno portati in Liguria. Abbiamo fatto cena e poi siamo stati a un concerto. Io ero appena arrivato. Agli educatori è sembrato che non mi fosse piaciuta la serata. Perché non parlavo. Ma in realtà io ero contento. Solo che credo che le persone non riuscissero ancora a comprendere le mie emozioni. In carcere ho avuto tempo di meditare. Sul mio stato d’animo, su quello del ragazzo a cui ho fatto del male. Io mi sono assolutamente pentito. Spero che un giorno mi perdoni”.











