di Francesco Semprini
La Stampa, 11 settembre 2020
Da allora si sono succedute guerre, crisi finanziarie, populismi e la prima pandemia. Ma si sono raggiunti anche importanti traguardi del progresso e tutto è diventato più veloce.
"Stanno bombardando i Gemelli". Sono bastate queste quattro parole urlate dall'altra parte del telefono per far calare le tenebre su una limpida mattinata di fine estate. Non una qualsiasi, ma quella di martedì 11 settembre 2001. Il cielo sopra New York era terso ed i raggi del sole mite sembravano indicare la strada verso il primo autunno, la stagione più bella della Grande Mela. Da poco mi trovavo negli Stati Uniti, prima per una vacanza-studio, posticipando il ritorno a Roma da uno a tre mesi, e poi sempre di più fino a varcare di nuovo i portoni dell'Università per affinare gli insegnamenti economici.
Il giornalismo era un mondo ancora lontano ai miei occhi, lavoravo metà giornata con una società di costruzioni, quel martedì dovevamo andare in un cantiere a Red Hook, vecchio scalo industriale di Brooklyn. Invece squilla il telefono: "Stanno bombardando i Gemelli", mi dice la persona che sarebbe dovuta venire a prendermi. Non gli ho creduto, era noto fare goffi scherzi, questo poi era inverosimile.
Accendo la televisione su NY1, l'emittente che copre i cinque quartieri della Grande Mela. L'immagine è agghiacciante, la Torre Nord (quella con in cima la grande antenna) con un buco nel mezzo da cui uscivano fiamme e fumo. "Incidente o forse una bomba", ho pensato, del resto era già successo otto anni prima con l'attentato ideato dallo "sceicco cieco" Omar Abd al-Rahman. L'ipotesi ha durata breve perché un aereo di linea (il secondo) giunge su Ground Zero: "così vicino, perché?".
Una frazione di secondo e il velivolo si trasforma in un missile con le ali scagliato sulla Torre Sud. La stretta al cuore è da paralisi: dalla terrazza del palazzo dove vivevo a Brooklyn, con una visuale su Lower Manhattan, ho seguito le fasi successive. Il panico, i soccorsi, la gente intrappolata ai piani alti che saltava dalle finestre.
E poi il crollo della Sud, seguito dalla Nord, il frastuono delle sirene, il blocco delle linee telefoniche, la luce a intermittenza, le notizie sugli altri due dirottamenti. Ricordo la mattina dopo la notte insonne il manto bianco di fuliggine portata dal vento per chilometri e l'odore di bruciato che penetrava le narici. L'ultima immagine è la collina di detriti che dominava West Broadway, dove cinque giorni dopo sono andato a portare guanti e mascherine ai vigili del fuoco, polizia e volontari di ogni sorta. Il bilancio di quello che venne raccontato sulla prima pagina de La Stampa del 12 settembre come "Attacco all'America" fu di 2977 morti e oltre seimila feriti.
Sin qui il mio 11 settembre, spartiacque che ha segnato però la vita di tutti, non solo negli Usa ma nel Pianeta intero. La storia del mondo si divide in prima e dopo quel martedì di fine estate. Sino a diciannove anni fa gli Stati Uniti non erano ufficialmente impegnati in nessuna guerra. Pochi di noi avevano sentito parlare di al-Qaeda o di Osama bin Laden, l'oggetto più futuristico che circolava era l'iPod, i social non esistevano, il pianeta Internet usciva dalla sua prima bolla e nonostante il vigore di Silicon Valley l'intelligenza artificiale non era ancora entrata dentro le case con la domotica. Venivano deportate la metà delle persone rispetto ad oggi, la sorveglianza del grande fratello era una frazione della sua dimensione attuale. E - forse cosa più difficile da credere - non ci eravamo mai dovuti togliere le scarpe per passare i controlli di sicurezza in aeroporto. Nulla più è come prima: in quasi quattro lustri ci sono stati cambiamenti ed eventi epocali che hanno stravolto il mondo.
La crisi finanziaria del 2008, le "primavere" arabe e non, i relativi inverni post-rivoluzionari, i populismi e la recentissima pandemia che ha totalmente cambiato i rapporti di forza tra uomo e uomo e tra quest'ultimo e l'ambiente (in senso lato) in cui vive. Si sono raggiunti importanti traguardi che hanno velocizzato a loro volta cambiamenti a ritmi sempre più sostenuti, tanto da far emergere un elemento che più di altri caratterizza il post 11 settembre: l'accelerazione dei cicli e dei ritmi di vita. Tutto è molto più veloce, immediato, superato, archiviato, dalla durata media di un telefonino ai gusti in fatto di cucina, sino ad arrivare alla fenomenologia politica. E talvolta a farne le spese è la memoria: "siamo qui per non dimenticare", è il mantra recitato al Memoriale di Ground Zero.
Preso atto di questo elemento di novità, per ricostruire le dinamiche politiche ed economiche dell'ultimo ventennio a livello macro non si può non partire proprio dagli Stati Uniti. Dopo l'11 settembre e l'inizio della guerra al terrorismo, gli Usa (e i partner Nato tra cui l'Italia) si sono ritrovati nelle sabbie mobili dell'Afghanistan, la più lunga campagna militare della loro storia, superiore al Vietnam. Il bilancio dell'altra guerra post Torri Gemelle, quella in Iraq, non è stato certo brillante e solo il generale David Petraeus e la sua astuta strategia dell'Anbar sono riusciti a contenere i danni.
Che in termini di vite umane però sono stati elevati. La lotta al terrore prosegue tutt'oggi e ha visto gli Usa presenti "boots on the ground" anche in Siria (e altrove in forme più o meno ufficiali) in chiave anti-Isis. Da un punto di vista politico, dopo il doppio mandato del repubblicano George W. Bush, si è assistito alla elezione del primo presidente afro-americano della storia Usa, il democratico Barack Obama, seguita da quella del primo inquilino della Casa Bianca populista e anti-establishment, il repubblicano sui generis Donald Trump.
La crisi finanziaria, successiva al periodo delle vacche grasse in cui si è speso senza misura per finanziare sforzi bellici e rafforzare la sicurezza in senso lato, ha mostrato la grande fragilità di Wall Street strozzata da un devastante crisi di liquidità e le colpe della speculazione finanziaria senza freni. E ha consacrato la Cina quale principale concorrente degli Stati Uniti non solo sul piano economico, ma anche su quello politico e militare.
Dal canto suo è l'Europa quella che porta ancora i segni più evidenti dello tsunami generato dalla grande bolla dei mutui subprime, quelli ad alto rischio e alto rendimento, di cui si era abusato, appunto, in America. Se Wall Street si è ripresa dalla crisi inaugurando una galoppata che dura tutt'ora, nel sud del Vecchio continente le ferite economiche restano ancora aperte specie dinanzi alle iniquità delle istituzioni di Bruxelles che hanno favorito l'approdo di certi Paesi ai lidi di sovranismo, nazionalismo e isolazionismo. Più in generale hanno favorito l'avvento del neopopulismo in diverse declinazioni, dapprima in Russia ed Est Europa e poi sempre più verso occidente fino ad arrivare a quelle di segno opposto dell'America Latina. Declinazioni di un protezionismo che percepisce il fenomeno delle migrazioni come un elemento di "pericolo".
La fuga dai Paesi di origine colpiti da guerre, carestie, repressioni e difficoltà economiche, in Asia come in Africa, ha subito una cronicizzazione con le "primavere 2.0", quel movimento di liberazione da regimi oppressivi e governi autoritari favorito dalla diffusione dei social. Grazie a Facebook e Twitter per la prima volta in tempo reale si poteva vedere cosa stava accadendo in un'altra piazza, in un'altra città, in un altro Paese, accelerando il contagio della protesta.
Alla fase iniziale di (quasi sempre) sana ribellione e speranza per una naturale transizione verso la democrazia, ne ha fatto seguito una di vuoto caotico creato dall'abbattimento di secolari Rais e colmato sovente da soluzioni belliche indicate ad arte da menti calcolatrici. Tali da inaugurare una nuova fase, quella dei conflitti regionali, asimmetrici, a bassa intensità e per procura. Dove, specie in Medio Oriente, ai vecchi ordini geopolitici è subentrato il settarismo che ha prodotto conflitti come in Siria e in Yemen. Mentre l'Africa, a partire dalla Libia per arrivare alla Somalia, passando per il Sahel, è divenuta ancora una volta terra di conquista.
Dentro le nuove potenze emergenti, come Cina e Turchia, fuori gli africani vittime dei loro stessi governi, talvolta corrotti o incapaci, così come del sempre maggiore divario tra Nord e Sud del Pianeta causato da una globalizzazione a due velocità. Così alle tradizionali rotte della speranza se ne sono inaugurate di nuove, gestite da organizzazioni criminali talvolta sovrapposte o affiancate a quelle terroristiche.
Queste ultime in fase di regressione (alcuni dicono in vista di una nuova fase) dopo l'uccisione di Abu Bakr al Baghdadi, il califfo dello Stato islamico che aveva preso in mano il testimone del terrore proprio da bin Laden, il regista dell'11 settembre 2001, ucciso dieci anni dopo gli attacchi alle Torri Gemelle nel suo nascondiglio di Abbottabad in Pakistan.
La fine del califfato, da alcuni indicato come un nuovo spartiacque, è stato salutato dal mondo come un momento di svolta e di speranza: dopo 18 anni di guerra al terrore accompagnata da frenesia politica, economica e sociale, si chiudeva un capitolo lacerante della recente storia. La vittoria del bene sul male, dopo gli orrori causati della più criminale interpretazione dalla Sharia, sembrava riportare umanità e misericordia nel Pianeta.
Un'illusione durata qualche mese, il tempo necessario affinché il mondo diventasse ancora una volta teatro di una nuova guerra. Una guerra globale contro un male invisibile, chiamato Coronavirus, una pandemia senza precedenti al passo con i tempi, globale: dall'Asia all'America passando per l'Europa, e poi in Africa e in Australia. Al di là delle polemiche sulle responsabilità e la gestione, appare chiaro che il conto da pagare a causa del Covid-19 sarà elevatissimo, con ricadute senza ritorno.
Un altro cambiamento accelerato che come prima conseguenza ha l'ulteriore limitazione di libertà e mobilità, proprio come con l'11 settembre 2001 e le misure di sicurezza introdotte in tutte le dimensioni del trasporto. Paradosso, quest'ultimo, di quella globalizzazione che come manifesto ha l'esportazione della democrazia e il trasferimento a ciclo continuo di uomini e merci da un angolo all'altro del Pianeta.
Un malfunzionamento che compromette anche le abitudini più elementari di un mondo che funziona sulle grandi distanze e la libertà di percorrerle. Anche nella maniera più elementare, ad esempio volare dall'America in Italia per rivedere i propri cari, come il sottoscritto. Perché dopo quella mattina di fine estate di 19 anni fa, ho deciso, per quanto possibile, di rimanere negli Stati Uniti. E diventare giornalista.










