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di Maria Concetta Bonetti

orizzontescuola.it, 27 ottobre 2025

Quando sono entrata per la prima volta in un carcere minorile avevo una penna, qualche libro e un nodo in gola. Il cancello si è chiuso alle mie spalle con un rumore secco, che non ho mai dimenticato. Da allora, per dieci anni, quel rumore ha segnato l’inizio di ogni mia giornata di lavoro. Mi avevano detto che insegnare lì sarebbe stato diverso. Ma non mi avevano spiegato quanto.

La classe che non assomiglia a nessun’altra - La mia aula non ha finestre grandi né banchi in fila ordinata. Ci sono sguardi che pesano, silenzi lunghi, una tensione che si taglia come l’aria prima di un temporale. I miei studenti non portano zaini colorati, ma storie difficili: famiglie assenti, rabbia, abbandono, errori troppo grandi per la loro età. All’inizio non mi guardavano nemmeno. “Tanto qui non serve studiare, prof,” mi diceva qualcuno, con una sfida negli occhi che era solo paura travestita. E io imparavo a non rispondere subito, a lasciare spazio, a far capire che non ero lì per giudicare. Piano piano, con una poesia di Ungaretti, una canzone di De André o un esercizio di grammatica fatto con ironia, qualcosa si muoveva. Bastava uno sguardo curioso, una domanda buttata lì: “Prof, ma davvero si può vivere scrivendo?”

Le lezioni che ho ricevuto - In dieci anni ho insegnato tante cose, ma credo di averne imparate di più. Ho imparato che la fiducia è lenta, ma quando arriva è vera. Ho imparato che dietro la rabbia c’è quasi sempre un dolore antico, che nessuno ha mai ascoltato. Ho imparato che la scuola, anche dietro le sbarre, può essere uno spazio di libertà. Ci sono giorni in cui torno a casa svuotata, con la sensazione che nulla cambi. E poi ci sono quei momenti minuscoli che ti ripagano di tutto: un ragazzo che scrive il suo primo tema senza errori, un altro che ti chiede un libro “per quando esco”, uno che ti saluta con un “grazie, prof” sussurrato, quasi di nascosto.

Uscire è più difficile che entrare - Ogni volta che esco dal carcere e il cancello si richiude dietro di me, respiro l’aria di fuori con una gratitudine nuova. Ma anche con un senso di inquietudine. Perché so che là dentro ho lasciato qualcuno che sta ancora cercando una strada. Questi dieci anni mi hanno insegnato che non esiste “noi” e “loro”.

Esistono persone, con le loro ferite e la loro possibilità di cambiare. E che educare non significa solo insegnare: significa credere in chi, per la prima volta, sente che qualcuno crede in lui. Oggi so che la libertà non è solo un cancello che si apre. È la consapevolezza che, anche dietro una porta chiusa, puoi continuare a imparare, a sognare, a scegliere chi vuoi diventare.