di Iacopo Scaramuzzi
La Repubblica, 30 luglio 2023
Il ricordo di Mattarella e Meloni, oggi la messa del cardinale Parolin. In un libro di Riccardo Cristiano la ricostruzione della missione presso i capi dell’Isis e il probabile tentativo di proporre un accordo territoriale da parte dei curdi per evitare la tragedia che si è poi realizzata negli anni successivi.
Sono passati 10 anni da quando, il 29 luglio 2013, padre Paolo Dall’Oglio è scomparso a Raqqa, nel quartier generale dell’Isis. Il gesuita romano, che oggi viene ricordato in due messaggi dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e con una messa celebrata dal cardinale Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, si batteva - non senza dissensi anche all’interno delle comunità cristiane - per una Siria libera, democratica e pluralista.
Mattarella: “Testimone e costruttore di pace” - “Paolo Dall’Oglio, testimone e costruttore di pace, ha fatto sì che la sua fede religiosa non si sia mai espressa come motivo di contrasto”, scrive il Capo dello Stato in una nota. “La sua vita è sempre stata una spinta incessante a ricercare la condivisione, l’incontro, la giustizia, l’unità, in nome della persona, di ogni persona, della sua integrità, della sua inviolabile dignità. Ha sfidato pregiudizi e regimi, ha vissuto con i più poveri, ha percorso coraggiosamente i deserti e i territori dei conflitti, dell’odio, della sopraffazione, per portare speranza e umanità. Per quanto possano apparire inermi, i testimoni di pace sono protagonisti della storia. La memoria della loro presenza e del loro passaggio va tenuta alta, ancor più in una stagione in cui le ferite della guerra insanguinano il Medio Oriente e la nostra Europa”, conclude Mattarella.
“Sono trascorsi dieci anni dal suo rapimento, ma la speranza di poterlo riabbracciare non si è mai spenta. Il governo esprime vicinanza ai famigliari, ai cari e ai confratelli di padre Dall’Oglio e rinnova il massimo impegno dell’Italia per riportarlo a casa”, ha dichiarato da parte sua la premier Meloni. “Siamo al fianco delle comunità cristiane sofferenti a causa dei conflitti e delle persecuzioni e facciamo nostre le preoccupazioni espresse dai vescovi siriani per le grandi difficoltà che quotidianamente affronta il popolo siriano”. Anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha ricordato il gesuita in una nota, sottolineando che “ha testimoniato con la sua fede l’importanza dei valori del dialogo, della condivisione e dell’aiuto ai più poveri”.
Il cardinale Parolin ha celebrato una messa per Dall’Oglio a Sant’Ignazio, la chiesa dei gesuiti a Roma. La Santa Sede cerca di seguire “tutte le piste che possono aprirsi” per ritrovarlo, ha detto il Segretario di Stato, ricordando che nonostante “tutte le informazioni che sono state date, varie, sulla sua sorte, purtroppo dieci anni dopo non si sa ancora nulla di lui”.
Silenzi e depistaggi - Gesuita romano, carattere appassionato, fondatore nel 1991 del monastero di Mar Musa in Siria, comunità monastica impegnata nell’amicizia islamo-cristiana, padre Paolo Dall’Oglio era stato espulso dalla Siria nel 2012 dal regime di Assad per il suo appoggio alle primavere arabe, non di rado in dissenso con esponenti locali della comunità cristiana, ed era già tornato due volte clandestinamente in Siria. La seconda volta, nel 2013, si concluse con la sua scomparsa. Sostenitore del moto rivoluzionario che, come in molti altri paesi del Medio Oriente e del Maghreb, diede vita alle “primavere arabe”, e che in Siria solo in un secondo momento fu monopolizzato dai jihadisti, il gesuita si recò a Raqqa per parlare con i capi dell’Isis. La vicenda è tutt’oggi avvolta da incertezze. Non si sa se il gesuita sia ancora vivo. Sono state fatte diverse ipotesi, sono emerse nel corso del tempo testimonianze difficili da vagliare, in alcuni casi probabilmente depistaggi, ha indagato anche la procura di Roma, senza giungere a conclusioni sicure.
Il tentativo di negoziare con l’Isis - In un libro fresco di stampa, “Una mano da sola non applaude” (Ancora editore), il giornalista Riccardo Cristiano, amico di Dall’Oglio, tenta di dare una risposta alla domanda che ritiene più importante: “Perché Paolo è andato dai capi dell’Isis”. Secondo il giornalista, che scarta altre ipotesi circolate in questi anni (ad esempio, il tentativo di far liberare singole persone rapite), Dall’Oglio doveva consegnare un messaggio della leadership del Kurdistan iracheno per i vertici dell’Isis, per cercare di fermare la guerra con l’Isis. Un tentativo estremo di mediazione, che il gesuita - Riccardo Cristiano lo sottolinea ripetutamente sulla scorta dell’ultima mail ricevuta da Dall’Oglio - “accettò” sapendo quanto fosse rischiosa. “La conquista della piana di Ninive, la feroce espulsione dei cristiani da Mosul, il genocidio degli Yazidi avvennero nel 2014, cioè l’anno seguente il suo sequestro. Padre Paolo aveva capito che quella sua missione era l’unica speranza per evitare tutto questo?”, si domanda il giornalista, che sottolinea altresì come il gesuita avesse previsto anzitempo “l’arrivo di milioni di esiliati, deportati dalla Siria, a piedi, o su barche fatiscenti, nuovi Enea con i loro Anchise sulle spalle, alla ricerca di una terra amica dove costruire con noi il nuovo Mediterraneo, in fuga da una terra data letteralmente alle fiamme”.
Nel libro, presentato tra gli altri in questi giorni da padre Jacques Mourad, oggi vescovo di Homs, amico di Dall’Oglio che a sua volta è stato sequestrato dall’Isis, Riccardo Cristiano scrive che è dunque plausibile che “padre Paolo, dopo varie insistenze, ha illustrato ai vertici dell’Isis un messaggio in cui la leadership dei curdi iracheni con ogni probabilità ipotizzava un compromesso territoriale. Se c’era una speranza per milioni di esseri umani e lui era considerato l’unico che avrebbe potuto accettare una simile missione, poteva rifiutarsi dicendo: “Ho paura?”.
La scomparsa dell’emissario conteneva la risposta segreta dei curdi, che solo loro avrebbero capito: “Non ci sono compromessi”. Padre Dall’Oglio conosceva bene l’area, la politica mediorientale, le sensibilità dei diversi attori in campo, “sapeva che molti vicini, anche ostili al regime, tutto desideravano fuorché una Siria democratica ai propri confini”, nota il giornalista amico del gesuita scomparso: “Ma io penso che in quelle ore di angoscia e solitudine, padre Paolo si sia domandato come non fallire la propria vita, e la propria morte”.











