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di Mario Bertolissi

Corriere di Bologna, 19 giugno 2022

Siamo proprio sicuri che l’intera vicenda referendaria: 3 quesiti non ammessi e 5 rimasti privi di quorum, si possa archiviare, osservando che sono stati un flop? Molto probabilmente no, perché l’incontestabile flop è un fallimento. Della politica e delle istituzioni, però, le quali si sono avviate, da tempo, su una strada inclinata, che porta alla deriva.

Della democrazia. La quale esige partecipazione. Non il deserto delle urne, di cui non è davvero il caso di menare vanto. Qualche riflessione non fa male. Infatti, siamo abituati a sottovalutare, a trascurare, ad infischiarcene, in nome del “particulare”.

Qualunque sia il fine perseguito dai promotori (è sempre, inevitabilmente, politico) e qualunque sia il carattere tecnico oppure no dei quesiti (a dire il vero, molto spesso è un sedicente tecnicismo, che nasconde la più evidente delle politicità: si pensi al fine vita ed all’uso degli stupefacenti), ciascuno di essi va valutato per ciò che afferma, alla luce delle ragioni che lo hanno determinato. Sotto questo profilo, quelli relativi alla giustizia sono espressione di un noto disagio dell’uomo comune e di un’intollerabile inerzia del legislatore, che non riesce ad affrancarsi dall’Associazione nazionale magistrati.

Nel primo caso, i votanti si sono divisi pressoché a metà. Nel secondo, sono prevalsi i “Sì” in larga misura. A conferma del fatto che la magistratura è un problema e che continua ad incombere il caso Palamara.