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di Davide Ferrario

Corriere di Torino, 4 agosto 2024

Ho fatto il volontario prima a San Vittore e poi al Lorusso e Cutugno dal 1999 al 2012. Anni alla fine dei quali l’allora direttore del carcere di Torino, Pietro Buffa, mi disse: “Lei vive gli ultimi momenti di un’epoca che sta finendo”. Si riferiva a un decennio in cui, grazie a dirigenti come lui e a una cultura della pena considerata non come puro castigo, i penitenziari erano diventati luoghi più umani. Considerai quelle parole come una battuta, ma ora ci penso ogni volta che leggo cosa sono diventate le carceri nazionali, in particolare il Lorusso e Cutugno e il suo omologo torinese per minorenni, il Ferrante Aporti. Le cronache riportano i dettagli di una vera e propria rivolta concertata tra i due istituti. Erano quarant’anni che non si vedeva una cosa simile.

Proprio delle rivolte degli anni 70 e dei primi 80 mi capitò spesso di parlare con i vecchi detenuti durante il mio volontariato. La risposta sul perché cessarono e non si erano più ripresentate per così tanto tempo era sempre la stessa: la legge Gozzini, entrata in vigore nel 1986.

Quella che istituì le misure alternative, considerando la pena - a termini costituzionali - non come vendetta ma come processo di rieducazione. Al di là delle belle parole, la legge era riuscita a spaccare il fronte comune di gente che non aveva niente da perdere istituendo un sistema di premialità individuale. In poche parole: se ti comporti bene e segui un percorso di reinserimento, puoi uscire prima e nel frattempo godere di alcuni benefici quali permessi, semilibertà e così via. Era insieme una legge intelligente ma anche un abile “divide et impera”: a quel punto ogni detenuto, anche un ergastolano, aveva una speranza di migliorare la propria condizione.

E le rivolte finirono, per quanto le carceri italiane siano rimasti dei luoghi infami, come certificano le ripetute condanne della Corte Europea. Ma una quindicina di anni fa tutto questo ha cominciato ad andare in malora sotto la spinta, cavalcata dalla politica, di un malinteso concetto di “certezza della pena”, che ci ha portato alle rivolte di questi giorni. Alle quali la politica continua a rispondere allo stesso modo: “C’è una rivolta? Costituiamo delle brigate antisommossa…”. Questo è successo due mesi fa: come se il problema fosse chi mena di più. Pochi giorni orsono il Consiglio dei Ministri ha licenziato un decreto “svuotacarceri” che in realtà è l’esatto contrario. E il problema è perfino peggiore di una volta, perché detenuti politici e camorristi di 40 anni fa avevano una qualche leadership che usava le rivolte per trattare.

Quella che vediamo oggi è invece la pura disperazione del “tanto peggio tanto meglio”, che segue una lunga fase autodistruttiva, fatta di anni costellati da suicidi di detenuti ma anche di operatori della sicurezza, mandati letteralmente al macello con paghe da fame. Sarebbe quasi una scena da film comico quella che si è vista al Ferrante Aporti, quando gli insorti hanno preso in mano gli uffici degli agenti chiedendogli “E gli altri dove sono?”. Ma erano tutti lì, perché in servizio erano solo sette, dato che l’organico è perennemente insufficiente e inoltre siamo sotto vacanze... Ma dietro il sorriso che ispira la scena è facile intuire cosa succederebbe se in ogni carcere i detenuti prendessero coscienza di questa situazione e decidessero di agire. È tutto davvero terribile: dopo quindici anni di abbandono e di ipocrisia c’è da chiedersi se non sia troppo tardi. Intanto Mare fuori è un grande successo. Chissà che la Film Commission riesca a portare le riprese della prossima stagione al Ferrante Aporti, o a quel che ne resta.