di Sara Manfuso
La Notizia, 4 maggio 2024
Dinanzi ai soprusi e alla violenza la sete di giustizia diventa così forte da potersi tramutare beffardamente nel suo opposto, diventando così essa stessa ingiustizia. Questa elementare verità dovrebbe orientare i giudizi e le analisi nei giorni in cui - dopo i drammatici fatti consumatisi nelle mura dell’Istituto per minori (Ipm) Beccaria - ritorna prepotente sulla scena nazionale il tema delle carceri minorili e della difficile condizione in cui versano i detenuti ma anche, ed è questo il punto, gli agenti della Polizia penitenziaria che vi operano.
Assumere questo punto di vista non equivale ad empatizzare con gli eventuali colpevoli, ovvero gli agenti di polizia penitenziaria al centro dell’indagine che vede torture e pestaggi a danno di detenuti di 15, 16 e 17 anni. Le violenze subite da un detenuto quindicenne che sono state riprese dalle telecamere interne di video sorveglianza e agli atti dell’inchiesta della Procura di Milano ha del resto già visto finire in carcere 13 agenti portando alla sospensione di altri colleghi.
Tenendo ferma la specificità dei fatti, occorre non generalizzare e aprire una riflessione che non divida in “buoni” o “cattivi” chi cerca di fare il proprio lavoro in condizioni spesso avverse e chi, avendo commesso un reato, viene consegnato a delle pene il cui valore rieducativo deve essere posto al centro proprio come Beccaria - il cui nome porta proprio il carcere delle violenze - ci ha insegnato.
Nei giorni scorsi, in un lungo colloquio con Giuseppe Moretti, Presidente dell’Uspp - Unione sindacati della Polizia Penitenziaria - ho voluto parlare proprio di questo. In riferimento ai fatti del Beccaria, con l’atteggiamento di chi chiede sostegno e resta inascoltato, il Presidente racconta come: “Un elemento non trascurabile sia la grave carenza d’organico che si registra tra le file della polizia penitenziaria che è causa di una sovraesposizione nei compiti che gli sono assegnati dalla costituzione e fonte di stress.
Di fatto l’orario di lavoro (che dovrebbe essere di sei ore per turno) è spesso prolungato e il personale interessato deve svolgere più compiti e coprire letteralmente più posti di servizio durante il turno di lavoro che dura anche 12/16 ore. Sicuramente questi fatti amplificati dalla gogna mediatica che si attiva rispetto ad una deriva della dignità della persona che va sempre tutelata, oscurano tutto quello che di buono fa ogni giorno la polizia penitenziaria anche salvando vite e sostituendosi spesso e volentieri a figure professionali che dovrebbero invece intervenire per compensare il disagio vissuto da chi in carcere ci si trova anche per reati connessi alle proprie condizioni personali, come nel caso dei tossicodipendenti ho dei detenuti con problematiche psichiatriche che non dovrebbero permanere nelle carceri.
Riteniamo che la Polizia penitenziaria sia un corpo dello Stato sano che deve avere le risorse adeguate per funzionare correttamente adempiendo al proprio mandato istituzionale, pagando per l’inerzia dello Stato nel mettere in sicurezza il sistema penitenziario”. Uno Stato del quale reclamano la presenza anche le famiglie dei detenuti e non solo in una chiave repressiva, ma di prevenzione culturale e sociale.
Il decreto Caivano ha introdotto una serie di misure che hanno avuto un impatto non indifferente sulla giustizia minorile determinando un’impennata di accessi anche in fase cautelare negli Ipm. Ma mandare in carcere i ragazzi se non esistono strutture idonee ad accoglierli, personale adeguatamente formato, percorsi rieducativi e un progetto di vita da costruire proprio a partire da quella detenzione vuol dire fallire clamorosamente. Il rischio è quello di una maggiore emarginazione sociale, di vite abbrutite e definitivamente segnate senza possibilità di recupero con il rischio che anche chi è custode della legalità si trasformi nel suo opposto.










