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di Luca Castelli

Corriere della Sera, 10 maggio 2024

Salvini, Salis, la guerra e i “disegnetti”: il fumettista Zerocalcare al Salone del Libro di Torino con “Quando muori resta a me”, Bao Publishing. Galeotto fu Aftersun. È dopo aver visto al cinema il film di Charlotte Wells su un’estate trascorsa da una ragazza con suo padre che l’ispirazione ha bussato alla porta di Zerocalcare. “Mi ha smosso cose di cui non avevo mai parlato, su di me, mio padre e più in generale quelli che oggi sono i rapporti tra i maschi”, dice il quarantenne fumettista di Rebibbia, che al Salone ne presenterà il risultato (Quando muori resta a me, Bao Publishing) con un incontro domani alle 15.30 all’Auditorium e tre sessioni di “disegnini”, oggi alle 14, domani e domenica mattina dalle 10.30.

Come funzionano queste sessioni?

“Arrivo alle 10.30, mi siedo, ascolto le richieste delle persone, disegno e spesso mi rialzo dopo il tramonto”.

Le chiedono qualcosa di strano?

“Robe assurde tipo “mia nonna con le sembianze di Godzilla” o “i miei due figli neonati, però disegnati da adolescenti mentre litigano ma si vede che si vogliono bene”. A Torino di solito si sente anche l’influenza calcistica: disegno tori di tutti i tipi”.

Niente zebre?

“Poche, me ne chiedono molte di più in altre città”.

In “Quando muori resta a me” scava parecchio nel passato. Come mai?

“Perché le persone sono la somma delle loro esperienze, a volte anche di quelle delle generazioni che le hanno precedute. È difficile comprendere e descrivere qualcuno senza risalire indietro”.

Nel libro si sorprende a scoprire i giovanili trascorsi da contestatore di suo padre, che ha sempre ritenuto la persona più mite del mondo. Seguirà lo stesso percorso?

“Non credo. Continuo a spendermi per i temi più impopolari di questo Paese, come la difesa di Alfredo Cospito e Ilaria Salis. Anche se forse oggi lo faccio in forma più dialogante”.

Al Salone potrebbe incrociare Matteo Salvini (atteso oggi allo stand Piemme per un firmacopie), con cui in passato non sono mancati gli screzi. L’approccio sarebbe dialogante?

“Un conto sono le persone, un altro i personaggi che sfruttano il disagio della gente. Con le prime dialogo ogni giorno, anche con quelle che votano i secondi. Cerco di rapportarmi con loro e rispettarne l’opinione, ma non faccio un millimetro indietro. Anche se mi rendo conto che molte cose sono cambiate, nella mia vita e nella società. Un pezzo della politica per come la conoscevo si è esaurita, anche i centri sociali o non esistono più o hanno una funzione diversa”.

A Torino Askatasuna, con cui ha un legame stretto, è stato riconosciuto come “bene comune”.

“Sono contento sia stata riconosciuta la funzione importante che ha sempre svolto per la città”.

Cosa ne pensa della candidatura di Ilaria Salis alle Europee?

“Che dentro quell’aula ho percepito bene come non ci sia la possibilità di un processo democratico: tutto è già scritto. Non sapevo nulla della sua candidatura, ma non credo ci fosse un modo diverso di procedere. Spero che vada bene. Poi non bisogna dimenticare che il processo non è solo contro di lei, bisogna aiutare anche le altre 18 persone imputate”.

Nel libro fa capolino la guerra, con crude immagini di trincea del primo conflitto mondiale. Un riferimento all’attualità?

“In origine, no. La Grande Guerra fa parte del dna dei paesini del Veneto in cui è ambientata la storia: parlando del loro passato, non potevo non farne riferimento. Scrivendolo, però, mi sono reso conto che è la prima volta in vita mia in cui disegno scene di guerra e accade proprio mentre sta tornando ad affacciarsi nel quotidiano”.

Conoscere meglio quel passato ci aiuterebbe a evitare di ripeterlo?

“Probabilmente sì. Il problema è che quel passato lo conosciamo in modo un po’ imbalsamato. Sono convinto che tante persone che oggi si esaltano per gli interventi militari, lo facciano perché non hanno chiaro cosa sia davvero una guerra”.

Ha mai pensato di scrivere una storia sul futuro?

“No, sono troppo crepuscolare e proiettato sul passato per farlo. Già a otto anni rimpiangevo i sette. Ho paura che mi verrebbe un po’ triste e non voglio fare libri troppo tristi”.