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di Caterina Malavenda

Corriere della Sera, 22 ottobre 2025

Basta solo modificare l’art. 595 del codice penale, snellendolo e modellandolo su una visione moderna dell’ingerenza dello Stato sulla libertà d’opinione. Sull’attentato a Sigfrido Ranucci molto si è scritto e tanto si è detto, non sempre del tutto a proposito. Non si è lesinato in solidarietà, né sono mancate manifestazioni a favore della libertà di stampa, ma nessuno ha buttato là una proposta per eliminare davvero quella che tante volte Ranucci ha denunciato come la più pesante forma coercitiva subìta - certo prima che una bomba gli scoppiasse sotto casa! - lo spropositato numero di cause penali e civili che affliggono lui e chi lavora a Report.

E non basta certo la soluzione ad personam ventilata e rimasta senza seguito, rimettere tutte le querele a suo carico, che non sarebbe risolutiva, anche se tutti i querelanti fossero d’accordo, perché tante sono anche le cause civili milionarie contro di lui e la Rai e neppure definitiva, perché nulla impedirebbe al prossimo che si sentirà offeso di ricominciare la trafila. La soluzione deve essere tecnica, ma ancor prima è la politica che deve fare una scelta di campo e deve intervenire erga omnes sulle norme esistenti che oggi consentono, senza correre rischi, querele e cause temerarie.

Quando ha voluto il Parlamento ha agito con decisione, lo ha encomiabilmente fatto, ad esempio, per prevenire e reprimere la piaga del femminicidio, sollecitato ed accompagnato dal convinto sostegno dell’opinione pubblica, varando leggi severe, che non sempre sortiscono l’effetto voluto è vero, ma almeno ci sono. Una sinergia che si avverte, ma contro e non a favore dei giornalisti, quando la libertà di informare e di essere informati è fortemente penalizzata da gesti violenti e minacce, da interventi dissuasivi e, non ultimo, dal ricorso massiccio a querele e cause per danni che li riguarda tutti.

Non può certo dirsi che quella stessa opinione pubblica si preoccupi davvero: godono di pessima fama, suscitano reazioni stizzite di politici e imprenditori, spesso le loro domande rimangono senza risposta, litigano fra loro e no, non riscuotono tante simpatie, in pochi li considerano davvero indispensabili. E non è che con la politica vada meglio: li reputa un fastidio, li delegittima appena può e negli anni ha partorito un solo disegno legge organico, per di più peggiorando la situazione e non era facile.

Giace in commissione da anni e viene tirato fuori, quando qualcuno esagera, come spauracchio, sottintendendo che potrebbe andare anche peggio. Quindi bando ai proclami e alla ovvia levata di scudi per Ranucci, seriamente minacciato, come prima di lui, con reazioni a dire il vero meno veementi, Giorgia Venturini di Fanpage, la testa mozzata di un capretto davanti alla sua abitazione: sono avvertimenti che rendono ineludibile un intervento risolutivo, anche contro il comune sentire, che elimini perlomeno i rischi giudiziari.

Negli Stati Uniti, cui di questi tempi guardiamo con una certa benevolenza, per diffamare e solo in sede civile, non basta dire il falso. Occorre che si dimostri anche l’intenzione, senza scusa o giustificazione, di commettere un atto “malevolo”. Ed allora ecco una proposta semplice e risolutiva: limitare la diffamazione penalmente rilevante e i conseguenti danni risarcibili alla sola diffusione volontaria di fatti falsi, punendola severamente. Basta solo modificare l’art. 595 del codice penale, snellendolo e modellandolo su una visione moderna dell’ingerenza dello Stato sulla libertà d’opinione.

Bisognerà punire, però, ed altrettanto severamente chi farà querele e cause civili, quando riguarderanno profili diversi. E lasciare che opinioni, critiche e, in nome dell’imperante free speech, persino epiteti sgradevoli rimangano riservati al dibattito veemente, cui la comunicazione per come oggi la conosciamo ci ha abituato. E chi proprio si sentisse offeso potrà sempre sfidare a duello il reprobo, tanto duellare non è più reato, quello sì che è stato depenalizzato tanti anni fa.